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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
JOHN FORD
Perkin Warbeck
Sta in Teatro, a cura di Enzo Giachino, pp. 110, I Millenni Einaudi, Torino, 1971.

Nel Riccardo III di Shakespeare (1592?) incontriamo più volte quel "bambino tremendo, ardito, svelto, ingegnoso, precoce, intelligente." (III, 1) che fu Riccardo duca di York, figlio di Edoardo IV. È il bambino che schernisce lo zio, odioso e storpio, che gli chiede ironicamente in regalo il pugnale e la spada, che lo invita a portarlo sulle spalle, come uno scimmiotto... L'infame Riccardo lo fa imprigionare nella Torre, insieme col fratellino, e lo fa poi uccidere da tre tristissimi sicari.
"Voglio morti i bastardi e che la cosa sia fatta subito!" (IV, 2) dirà Riccardo, ansioso di eliminare tutto ciò che si intromette fra sé e il trono e a cose fatte potrà finalmente tirare un sospiro di sollievo e rallegrarsi perché "i figli di Edoardo riposano nel grembo di Abramo..." (IV, 3).
Poi sappiamo come andarono le cose: Riccardo diviene re, ma la fitta rete di delitti da lui compiuti chiede vendetta. Nella battaglia di Bosworth "il cane sanguinario" sarà ucciso e la corona abbandonerà la casa di York e passerà ai Tudor, nella persona di Enrico VII.
Con il discorso della propria investitura sul campo di battaglia ("come abbiamo solennemente giurato uniremo la rosa bianca e la rossa" V, 5) si chiude il dramma di Shakespeare, il più celebre fra i suoi drammi storici.
Quarant'anni dopo il piccolo Riccardo assassinato dallo zio Riccardo ritorna in scena, redivivo, in uno degli ultimi drammi del teatro elisabettiano, il Perkin Warbeck di John Ford.
"Un segretario del duca di York, secondogenito del defunto Edoardo, nascosto non so dove in questi quattordici anni, supplica udienza dal nostro signore e si dice che il duca stesso stia per giungere a corte..." (I, 2).
È lui, è il bambino shakespeariano che avevamo lasciato credendo riposasse "nel grembo di Abramo"...? Oppure non è lui, è Perkin Warbeck, il figlio di Osbeck di Tournay, uno scioperato, un vagabondo il cui padre era un ebreo convertito (V, 3), un impostore che si fa passare per il defunto Riccardo e che re Enrico definisce una meteora, un fantasma, un'errabonda cometa (I, 3)?
Non lo sappiamo. E non lo sapremo leggendo il dramma di Ford. Perché il fascino del dramma consiste proprio nel lasciare il lettore e lo spettatore col dubbio.
Autentico Riccardo duca di York scampato da bambino all'assassinio, come lui stesso racconta: "...mi risparmiarono la vita quegli assassini, me la risparmiarono, e al tiranno, mio zio contro natura, riferirono una favola della mia morte..." (II, 1)?
Oppure un avventuriero impostore, "un vagabondo, uno sbandato, non conosciuto né per nascita o nome, un oscuro villano, che le furie d'inferno han liberato dalle catene, per far azzuffare due re..." (III, 4)?
Perkin Warbeck, alias il sedicente duca di York, si presenta alla corte di Scozia, da re Giacomo, a chiedere aiuto per conquistare il suo legittimo trono d'Inghilterra. È un giovane di grande fascino: "non ho mai visto signore di più ardito aspetto e nobile portamento" e sa parlare con grande dignità, tanto da conquistarsi subito le simpatie di Re Giacomo e di parte della corte.
Giacomo fa sua la causa del giovanotto e gli dà in moglie una giovane e bellissima sua parente, di sangue reale, Kate Gordon, e muove guerra agli inglesi attaccando la bella città di Durham per insediarvi come sovrano il giovane pretendente.
Ma la ruota della fortuna gira diversamente e la politica, quella più bieca, vuole che a Giacomo convenga poco dopo stipulare pace con re Enrico, quello che secondo Perkin è un usurpatore.
Perkin viene quindi scaricato dal re di Scozia e abbandonato al suo destino, alla ricerca, vana e sfortunata, di altri improbabili aiuti in Irlanda e in Cornovaglia. Sino alla inevitabile disfatta: imprigionato da re Enrico viene rinchiuso nella Torre, in attesa di conoscere il suo destino.
Tutti lo hanno abbandonato, nel dramma di Ford, ma non la bella e virtuosa moglie, Kate, che grazie alla sua ascendenza regale è accolta dal nemico re Enrico con grandi onori.
Enrico non ha mai realmente temuto Perkin ("smettila, giovanotto, con queste tue regali fanfaluche...") e vorrebbe limitarsi a umiliarlo e screditarlo, salvandogli la vita. Ma Perkin non glie lo consente, mai e poi mai accetterà di confessarsi un impostore. È destinato così alla forca, come un comune malfattore (se fosse stato riconosciuto nobile avrebbe subìto la decapitazione, ritenuta più onorevole...). C'è un bellissimo momento di grande poesia nell'ultimo incontro tra l'infelice giovane, in carcere, e la bella Kate, la moglie, resa oggetto di onori e di ricchi appannaggi da due re, da Giacomo re di Scozia e da Enrico re d'Inghilterra. Tutti hanno abbandonato Perkin, ma non Kate che piange per non poter dividere col marito le sue afflizioni: "oh, mio amato signore, come potete soffrire insulti che io non condivido? Qualche mano gentile mi presti aiuto, che possa io spartire con voi la pena che vi è inflitta! Oh mio più caro amore, perdonami, troppo a lungo ho trascurato di assisterti nella tua disgrazia...!".
Gli aguzzini presenti in carcere alla pietosa scena dell'addio fra la nobile signora e il suo sfortunato marito, umiliato tra i ceppi della gogna, la rimbrottano: "ricordate, signora, chi siete, e allontanatevi da quell'impudente impostore...!". Ma lei, indignata, si rivolge al marito e ai suoi carnefici con parole di grande e commovente nobiltà: "Voi ci insultate. Quando il santo prete ci unì le mani, le nostre promesse furono autentiche, la cerimonia non fu illusione, ma realtà. Tu fossi pure ciò che questa gente afferma, sono sicura che sei mio marito. Nessun divorzio in cielo ci ha separati ed è ingiusto che un potere terreno ci divida...!" (V, 3).
La bellissima figura di Kate riceve un ulteriore riconoscimento, alla morte del marito, dal proprio padre, un nobile scozzese che aveva fortemente disapprovato il matrimonio della figlia con Perkin, arrivando, all'epoca delle nozze, a volerla ripudiare. Ora assistendo alla nobiltà di comportamento della figlia il vecchio gentiluomo torna a riconoscerla e le rende un commovente tributo di ammirazione: "quando considero come hai adempito i tuoi doveri di moglie e di figlia non oso rinnegarti. Mai ti ho esortata a questo matrimonio, ragazza, ma sei sua moglie e libera adempi i doveri verso tuo marito. Mio il dolore, ma sono fiero della tua costanza..." (V, 3).
Muore bene Perkin, portando con sé il segreto della sua identità reso ancora più inquietante, misterioso, drammatico, dalla grande dignità con cui affronta la fine. "La morte? - dice, recandosi al capestro - è un vano suono, un soffio d'aria, tempesta d'un minuto e forse meno... Il nostro nome, fulgido, ci saprà proclamare sovrani sulla morte... e la stirpe gloriosa dei quattordici re Plantageneti terminerà col suo ultimo maschio...!" (V, 3).
Così nobile la sua morte che anche Enrico, il re, dovrà da ultimo rendergli onore.

Quell'onore che gli ha reso John Ford dedicandogli questo dramma, bello, molto bello, malinconico e commovente. Malinconico, perché, lo sappiamo sin dal primo verso della prima scena, Perkin è un perdente, la sua lotta è impari, non ha un soldo, non ha un esercito, non ha amici, non ha alcuna speranza di guadagnarsi quel trono per cui lotta e per cui perde la vita. Tuttavia combatte ugualmente la sua battaglia e il premio che riporta, l'amore e l'affetto della moglie Kate, forse non l'hanno resa vana. "Cadendo - dice Perkin tra le ultime sue parole - sono rimasto monarca di un trono: la fede pura e incorrotta di una castissima sposa...".
La poesia di Ford ci fa credere che ne valesse la pena: per una volta in Ford l'amore non conduce a morte. Anzi, riscatta la morte, quella altrimenti inutile, di Perkin Warbeck, l'ultimo dei Plantageneti, come afferma lui, oppure, come afferma Enrico, un impostore, cui "l'abitudine d'essere chiamato re, gli ha fisso in testa l'idea di esserlo veramente..." (V, 2).

Del Perkin Warbeck se ne possono fare due letture: una storica e una poetica.
Quella storica. Un diseredato pretendente al trono di Inghilterra ingaggia la sua battaglia contro il re a Silver nitrate  suo dire usurpatore. È una battaglia persa in partenza, tuttavia combattuta fino in fondo. Trova alleanze ed aiuti sino a che può essere utile ai giochi politici che lo sovrastano. Quando non serve più, viene abbandonato al suo destino. Finisce sulla forca con dignità e nobiltà.

Quella poetica. Un diseredato che si dichiara legittimo erede del trono inglese ingaggia la sua battaglia per appropriarsi della corona a suo dire usurpata. Viene spregiudicatamente usato dal sovrano di Scozia sino a che fa comodo, e poi altrettanto spregiudicatamente scaricato. Quando la sua stella volge al tramonto tutti lo abbandonano. Tutti. Salvo la moglie: una donna bellissima e di altissimo lignaggio che sì lo aveva sposato quando si batteva per la corona inglese, ma che gli rimane fedele, amandolo e riconoscendolo quale legittimo marito, anche quando torna ad essere meno di nessuno, ed un congiunto compromettente e scomodo.
Ford raggiunge temi di intensa poesia umana costruendo uno splendido legame di coppia: l'amore coniugale, la lealtà, la sincerità degli affetti fra la principessa di sangue reale e il giovane suo marito umiliato, abbandonato e deriso, sono pagine tra le più toccanti e indimenticabili nel panorama del teatro elisabettiano.

Sestri Levante, 15/8/02


 

 
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