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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
JOHN FORD
Sacrificio d'amore
Sta in Teatro, a cura di Enzo Giachino, pp. 110, I Millenni Einaudi, Torino, 1971.

Sacrificio d'amore è una tragedia di Ford del 1632. Sono passati circa trent'anni dall'Otello (1604/1607) e quaranta dall'Edoardo III (1592-93): entrambe le tragedie di Shakespeare, in diversa misura, sono presenti in questo dramma tra i più discussi e forse i più incompresi dell'opera di Ford.
Qual è il nucleo drammatico di Sacrificio d'amore?
Una donna sposata che ha giurato fedeltà al marito si innamora perdutamente di un altro uomo. Si offre al suo innamorato, ma a queste condizioni: "Se tu mi tenti al tuo piacere, cedo. Concederò il mio corpo al tuo abbraccio. Ma, avanti che il mattino battezzi il nuovo giorno, mi ucciderò! Mi ucciderò. Ora fa ciò che vuoi, tua è la scelta: decidi." L'uomo cui fa questa proposta è un gentiluomo, è innamorato perdutamente di lei ed è profondamente amico del marito. Ecco: la tragedia di Ford è tutta qui. Poi ci sono delle premesse, poi ci sono delle conclusioni, poi c'è una serie tragicomica di diversi intrecci collaterali, ma la tragedia è tutta qui.
In questo senso è più vicina all'Edoardo III che non all'Otello.

Nell'Edoardo III un re potente e senza scrupoli vuole sedurre una nobildonna. Questa è legata al marito e non vuole cedere, ma deve obbedienza al re. Allora gli pone una condizione ritenuta inaccettabile: prima il re dovrà uccidere il marito di lei e la regina, propria moglie. Morti i coniugi, non ci sarà adulterio, non ci sarà infedeltà. Ma il re è così spietato e invaghito, che anziché rinunciare, accetta. La nobildonna allora afferra un pugnale, se lo punta al cuore e ferma il re: "io trafiggerò il mio amore che ora dorme annidato nel mio cuore". Acconsentirò alle tue voglie - dice in sostanza la donna - solo dopo aver ucciso mio marito. Ma mio marito è nel mio cuore. Prima quindi di cederti mi devo trafiggere. Nel dramma di Ford la situazione è tecnicamente rovesciata, ma è poeticamente la stessa. Ho giurato fedeltà a un uomo che non amo. Amo invece te. Ma non mi è consentito tradire il mio giuramento. Lo posso fare, lo voglio fare, ma subito dopo mi punirò, con la morte. "Avanti che il mattino battezzi il nuovo giorno, mi ucciderò. Ora fa ciò che vuoi, tua è la scelta: decidi!".

In cosa invece consiste la connessione con Otello?
Nel fatto che anche qui c'è un marito geloso che uccide una moglie "casta" (casta fra virgolette) e nel fatto che anche qui c'è uno Iago che spinge Otello a uccidere Desdemona.

Ma veniamo ai fatti.
Lei si chiama Bianca, lui si chiama Fernando. Siamo nell'Italia esotica delle grandi passioni. Il marito è l'onnipotente duca di Pavia.
Bianca non era, per lignaggio, all'altezza di tali nozze, ed era priva di dote, ma era talmente bella che il duca "La vide, l'amò, corteggiò, la vinse e sposò" (I, 1). Il duca si sente l'uomo più felice al mondo perché ha una moglie così bella e perché ha un amico, Fernando, che migliore non si può: "...ora mi sento re della felicità, superbo per un paio di preziosi e splendidi gioielli: un amico perfetto e una moglie che non conosce pari". Fernando, per il duca, è più che un amico, è "metà di me stesso, un'anima sola in due persone...". C'è anche una cognata, Fiormonda, vedova, sorella del duca, " sottile e velenosa " innamorata persa di quel Fernando che, già sappiamo, è invece perso dietro alla duchessa, a Bianca. Fiormonda non è donna che si faccia molti scrupoli nel cercare di avere ciò che vuole: prende Fernando e chiaro chiaro lo invita a letto con lei "il sangue mio non è ancora gelato... son freddi i miei sospiri, ma le mie labbra calde!" (I, 2). Al che Fernando si defila con una pietosa e diplomatica bugia: "...io non saprei ambire felicità maggiore su questa terra, non fosse che da tempo mi sono votato al celibato...". Ecco che i giochi sono fatti: offesa nella sua dignità di donna, bella e potente, Fiormonda giura vendetta e scatena alle costole di Fernando il perfido Iago della situazione, tale D'Avolos, affinché le dia modo di vendicarsi scoprendo in realtà di chi è innamorato Fernando.
Il duca ora va a caccia, sta via per un paio di giorni e Fernando affronta Bianca confessandole il suo amore: "debbo parlare o morire, la passione e la fedeltà che vi devo mi hanno ridotto a uno scheletro..." (II, 1). Bianca dapprima è durissima: "...con la vostra lingua traditrice nel mio orecchio insinuate l'invito a macchiar la mia fama. Vi sia cara la vita!".
E più avanti, a un successivo attacco di lui, Bianca è ancora più esplicita, ancora più dura: "...fossi tu rimasto ultimo del tuo sesso, preferiremmo prostituirci a un serpe velenoso anziché al tuo bestiale amplesso..." (II, 3). Poi, all'improvviso, Ford drammaturgo ci propone un colpo di scena repentino, inaspettato, incredibile. È notte. Il duca non c'è, è a caccia. Fernando dorme in camera sua. Bianca seminuda in camicia da notte si reca nella camera di lui. Per un attimo lo contempla addormentato, poi lo sveglia e gli confessa d'essere pazza di lui "...dalla prima volta che vi ho visto siete stato assoluto padrone del mio cuore... Seminuda mi accosto al tuo letto e ti confesso la mia debolezza. Se tu mi tenti al tuo piacere, cedo" (II, 4). Fernando crede sia cosa fatta. No. Bianca gli spiega il debito contratto col duca suo marito: "mi vide e m'amò subito e, incurante di dote, mi esaltò al suo letto... Per compensarlo feci promessa al cielo che gli sarei stata moglie fedele, come gli fui...". Per rompere il giuramento il prezzo è altissimo, è la vita: "se mi spogli di questa mia veste di pudore, concederò il mio corpo al tuo abbraccio, ma, lo giuro a te, al cielo, al mondo, avanti che il mattino battezzi il nuovo giorno, mi ucciderò! Ora fa ciò che vuoi, tua è la scelta: decidi!".
E poiché Fernando è realmente innamorato di Bianca ed è un gentiluomo, la decisione è ovvia: lui non la toccherà. Si scambieranno baci appassionati e parole dolcissime, ma nulla di più: "Ancora un bacio, cuore della mia vita... Avete vinto... Vieti il Cielo ch'io cerchi con lussuriosa voglia di profanare quest'illibato tempio! Domerò le passioni, vincerò nel darmi vinto...".
Il "diletto" quindi fra i due amanti è "lasciato incompleto", in questo primo incontro notturno e in altri, ma solo loro lo sanno, di non essersi amati...: agli occhi di D'Avolos e di Fiormonda, che li spiano con malevolenza, i due sono amanti, sono traditori, sono spudorati: "l'infinito desiderio lussurioso in quegli occhi che trasudavan adulterio..." (II, 2) va punito. La vendetta di Fiormonda si compie rivelando al duca la tresca dei due. È incredulo dapprima, il duca, ma poi, messo di fronte ai fatti, deve prenderne atto e, spinto da Fiormonda, più sanguinaria che mai, deve lavare nel sangue l'onta che crede di aver subito.
Ed ecco Bianca, inerme, di fronte al marito infuriato e armato di pugnale, che la insulta, la minaccia, la accusa d'ingratitudine. Cosa può fare Bianca di fronte a lui? È tecnicamente innocente, "casta", ma è moralmente colpevole. Non ha compiuto adulterio, non per virtù sua, ma per virtù dell'amante.
Potrebbe supplicare, ma non è donna da piegarsi alla supplica. Potrebbe spiegare: ma spiegare cosa, che se è casta non lo si deve a lei? Potrebbe – oh, sì, questo lo potrebbe – vantare quantomeno la propria fermezza assoluta nel non aver accettato l'infingimento, il compromesso. Ma non lo fa. Bianca attacca. Esplode in lei una sorta di rabbioso femminismo ante-litteram: dichiara tutto il suo amore per Fernando, il suo non amore per il duca, reclama per sé la pienezza di diritto a seguire le proprie inclinazioni, ad amare chi desidera, ostenta sicurezza, orgoglio, dignità, ragione. Non si piega. Anzi, invita il marito a ringraziare il Cielo per non essere cornuto perché, se fosse dipeso da lei e solo da lei, cornuto lo sarebbe stato, già da tempo... È una sfida quella di Bianca. Una sfida verso il maschilismo, verso le convenzioni, verso la sudditanza della donna, verso quella stupida (verrebbe voglia di dire...) di Desdemona, che si è fatta uccidere da quel caprone nero del marito senza nemmeno averlo cornificato.
È inevitabile il ricordo, anche, di un'altra eroina del teatro elisabettiano "d'adulterio", la Anne di Una donna uccisa con la bontà , di Heywood, del 1607. Storia analoga, analogo triangolo formato da marito, moglie virtuosa, gentiluomo amico del marito e sinceramente innamorato di lei. In Heywood l'adulterio si consuma e la colpa si riscatta con il martirio: Anne darebbe l'anima per riacquistare la propria fedeltà di moglie. Bianca è l'opposto: è pronta a dare la propria vita pur di passare una notte con l'uomo di cui è innamorata.
Chi delle due è più eroica? Scelga ciascuno la propria eroina: certo Anne e Bianca, separate solo una trentina d'anni l'una dall'altra, appartengono a due mondi poetici opposti e distanti. Anne è della stessa pasta delle donne "minnesang", del dolce stil novo, donne angelicate. Bianca è di secoli e secoli dopo, ha cuore, ha carne, ha cervello. Dovremo arrivare all'Isabella alfieriana del Filippo per trovare una donna che, inchiodata dal marito alle sue colpe, saprà, non far valere, ma quantomeno reclamare, le proprie ragioni, il proprio diritto all'amore.
Muoiono tutte le nostre donne. Muore Desdemona, muore Anne, muore l'Isabella alfieriana, muore anche, uccisa dal marito, la nostra Bianca. Ma è subito santificata: non appena il duca scopre che la sua Bianca sì amava Fernando, ma non se lo è mai portato a letto, ecco che ne fa subito il panegirico, si uccide lui stesso e chiede che i loro tre corpi, lui, Bianca e Fernando, nel frattempo suicidatosi col veleno, siano tumulati insieme: "...colloca me, mia moglie e questo incomparabile amico mio in un solo sepolcro!" (V, 3).

Ancora una volta in John Ford amore e morte sono indissolubilmente legati insieme. Ma in questa tragedia c'è tutto Ford, ma c'è qualcosa in più. C'è anche il sospetto che il poeta abbia voluto quasi cimentarsi in una parodia estrema dei temi, così tanto teatrali, della gelosia, dell'adulterio, della fedeltà, del Chloroauric acid. Rivoltandoli tutti contro ogni regola, contro ogni aspettativa. Una sfida iconoclasta dell'uomo di teatro contro il teatro. Contro le convenzioni di un teatro di maniera. Contro Desdemona, contro tutte le Desdemone del teatro.

Sestri Levante, 10/8/02

 
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