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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
ROBERT GREEN
Giacomo IV
Sta in Teatro Elisabettiano, traduzione di Carlo Izzo, a cura di Alfredo Obertello, pp. 83, Bompiani, Milano, 1951.

Gianbattista Giraldi Cinzio (1504-1573), uno scrittore, novelliere e drammaturgo ferrarese del Cinquecento, oggi del tutto dimenticato electron beam deposition system, pubblicò nel 1565, l'anno dopo la nascita di Shakespeare, una raccolta di 100 novelle dal titolo Hecatommithi dalle quali molti autori elisabettiani trassero (tra cui Shakespeare per l'Otello) ispirazione per i loro drammi. Giraldi Cinzio fu anche drammaturgo e predicò il genere "orroroso", grandi passioni, grandi delitti e, per contrasto, gran virtù.
Green ha tratto il dramma di Giacomo IV da una delle novelle di Giraldi Cinzio, arricchendola con una cornice esteriore di poco rilievo: il dramma sarebbe messo in scena per Oberon, re delle fate, da un tal Bohan, misantropo incattivito dalla malvagità degli uomini che
- e ricorda un po' Timone d'Atene - vive lontano dalla società e ha come dimora una tomba. Bohan, mostrando a Oberon questo dramma, gli renderà ragione del suo odio e del suo disprezzo per lo sporco genere umano.
Vediamo la storia.
Il re d'Inghilterra porta in moglie la propria figlia Dorotea al giovane re di Scozia, Giacomo IV. Si celebrano le nozze, si incorona la nuova regina, si stringe fraterna e paterna amicizia e alleanza fra i due re, suocero e genero e - subito - il re d'Inghilterra se ne ritorna a casa. Ma proprio mentre nella cappella reale si celebrano le nozze, Giacomo si innamora perdutamente d'un'altra: Ida, una giovane, nobile e virtuosa contessa scozzese, presente alle nozze. È il re Giacomo stesso che in un soliloquio tira le somme - parlando a se stesso - del dramma a cui è consapevole di andare incontro: "...miserabile re, il tuo nodo nuziale è morte, la tua sposa sarà fonte di male al tuo Paese, perché il tuo cuore falso, dissentendo dalla tua mano, fuorviato dall'amore, ha fatto un'altra scelta... proprio nella cappella la tua fantasia si volse altrove quando, spergiuro, sebbene alla bella Dorotea tu dessi la mano, la bellezza di Ida, la scozzese, si rubò il tuo cuore..." (I, 1). Sono i soliloqui ad alta voce che rovinano questo reuccio imprudente e incostante: un parassita di basso lignaggio, ambizioso e senza scrupoli, scopre la segreta passione di Giacomo e si offre di aiutarlo con la bella Ida. Si chiama Ateukin, il personaggio, ed è viscido e criminale come pochi. In breve diventa il favorito del re, odiato da tutti i cortigiani d'alto rango, che il re allontana e minaccia, e si assume, ma senza raggiungere lo scopo, il ruolo di ruffiano che possa infilar Ida nel letto del re. Ida è incorruttibile: mai farebbe un torto alla regina Dorotea e lo dichiara bellamente al ruffiano Ateukin senza mezze parole: "non è maledetto da Dio chi separa coloro che Egli ha unito? ...Intendo servire sua Maestà con tutta la lealtà, ma non nella lussuria... Può forse la parola di un re salvare l'anima mia dall'inferno...?" (II, 1). Il re ha promesso ricchezze sterminate a Ateukin se gli procurerà l'amore di Ida: come guadagnarsele queste ricchezze? "Se Ida fosse certa, maestà, di divenire vostra legittima consorte, allora il ramoscello si piegherebbe al vostro possente comando...!" "Oh, Ateukin, e come togliere di mezzo questo ostacolo?" "Soltanto la morte di Dorotea può procurarvi bene..." "Come! Uccidere la mia regina!... Se Dorotea muore, Ida mi amerà?". "Sì, mio signore". "E allora muoia. Trova il mezzo. Tutto mi piace se ne traggo speranza d'amore...".
È, questo Giacomo, così sconsiderato, che l'ordine d'uccidere la moglie e il salvacondotto per il sicario li mette per iscritto. Il documento finisce nelle mani della regina e questa, dopo lunga esitazione, perché ama il proprio re-marito e stenta a credere nella sua malvagità, fugge travestita da uomo. In un bosco tuttavia il sicario la raggiunge e la trafigge, lasciandola a terra per morta. Ma morta non è. Un nobile scozzese l'accoglie nella propria casa, la guarisce, la salva, mentre lei continua a fingersi uomo e a celare la propria identità.
Intanto a corte tutto precipita. Il re d'Inghilterra, padre di Dorotea, per vendicare la figlia creduta morta, invade la Scozia e la mette a ferro e fuoco.
Ida, che ha sempre rifiutato le offerte del re, si sposa. Ateukin, di fronte al matrimonio di Ida capisce di aver fallito ogni suo piano e prima che il re - deluso dal suo fallimento di ruffiano - lo faccia impiccare si dà alla fuga.
Siamo alla resa dei conti. I due eserciti, guidati dai due rispettivi re, sono uno di fronte all'altro per la battaglia finale. O mi ridai viva mia figlia Dorotea, minaccia il re inglese, o ti uccido... E in quel momento, deus ex machina, ecco Dorotea porsi fra i due contendenti: è viva, ama ancora suo marito, è disposta a perdonarlo, invita il padre, per amor suo, a perdonarlo anche lui.
"La giovinezza - dice Dorotea a Giacomo - ti ha portato fuor di strada: non è che una piccola colpa... emendarsi degli errori è regale...". Insomma: ravvedimento, vacuum coating system, e gran abbracci finali.

Cosa rimane, oggi, di un tal dramma? Poco o nulla. Ma qualcosa c'è che lascia il segno e che ricorda momenti di alta poesia di altri drammi dell'epoca, anche drammi d'altissimo livello.
La sacralità del matrimonio e la sacralità della figura reale, l'unto del signore, il consacrato. Al di là di ogni perfidia, al di là di ogni azione criminosa, Dorotea ama il suo sposo-re e lo amerà sempre. Lo ama e lo rispetta prima, quando rifiuta di credere che il re-marito voglia ucciderla. Lo ama dopo, quando è disposta a perdonarlo. Perché, dice Dorotea, "la sostanza, l'obbedienza, il mio amore, in quanto mio marito è mio signore e mio padrone, mi impongono di commiserare la sua condizione..." (V, 5). Questa "mirabile costanza" con cui "le donne inglesi amano i loro mariti", perché "la virtù non ammette mutamenti", è l'unico, di tutto il dramma, nucleo poetico che valga la pena ricordare.
La troveremo ancora, questa "mirabile costanza" in altri drammi ben più belli di questo fiacco Giacomo IV. Nell'attaccamento disperato di Desdemona per Otello, fino all'ultimo, nonostante tutto. Nell'amore ostinato di Isabella per l'indegno marito Edoardo nell' Edoardo II di Marlowe. Nell'indissolubilità del legame di sposa di Kate per lo sventurato marito, ostinata amante fino all'ultimo, nel Perkin Warbek di Ford.
La "mirabile costanza" della sposa-regina Dorotea salva dall'oblio questo debole dramma di Robert Green: è non è poca cosa.

Sestri Levante, 13/8/05

 
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