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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
THOMAS HEYWOOD
Una donna uccisa con la bontà
Sta in Teatro Elisabettiano, traduzione di Augusto Guidi, pp. 73, Sansoni, Firenze, 1948.

Siamo nel 1607: è l'anno in cui quel nero caprone di Otello uccide l'angelica e incolpevole Desdemona. In questo stesso anno muore sulle scene inglesi un'altra moglie uccisa anch'essa dal marito, per infedeltà: è Anne Frankford.
Anne, a differenza di Desdemona, è colpevole, e Mr. Frankford, il marito, è l'opposto del passionario e violento Otello: Frankford ha un perfetto controllo delle proprie reazioni e emozioni e, scoperta l'infedeltà flagrante della moglie, decide semplicemente di esiliarla in un proprio castello, isolandola da sé e dai suoi figli, fra mille agi esteriori, e lasciando che sia il rimorso a farla morire.

Il dramma di cui parliamo è Una donna uccisa con la bontà di Thomas Heywood (1570-1641) prolificissimo drammaturgo elisabettiano di cui ci sono rimasti oggi una ventina di titoli degli oltre duecento sui quali, a suo dire, mise "mano o almeno dito" nel senso che vi partecipò in parte più o meno cospicua.
Una donna uccisa con la bontà ("kindness": può essere "bontà" oppure "dolcezza" o "gentilezza") non può essere definito una tragedia. Non è altisonante, aulico, estremo, sonoro come una tragedia. È un dramma. Come tematica, come argomento e trattamento, si avvicina di più, se vogliamo, a Pirandello e a Ibsen che non a Shakespeare. E la storia ricorda molto un romanzo (post Bovary) di Fontane: Effi Briest.
Anne è una "sposa ricca di doti e adorna di ogni pregio nella mente e nel corpo", "una moglie perfetta, mite e paziente" (I,1), una donna così eccezionale da far dire di sé, al marito, "supremo di tutti i graditi favori di questo mondo io posseggo una moglie bella e casta e affezionata, che è il colmo della perfezione, della fedeltà, della grazia. Se un uomo possa sentirsi veramente felice su questa terra, questi di certo son io, che posseggo tanti beni..." (II, 1). Simile donna non poteva andar sposa che ad un marito altrettanto pregevole: Mr. Frankford è infatti un vero gentleman, estremamente equilibrato, educato e di grandissima generosità. Essendo ricco, molto ricco, sente il dovere di portarsi in casa come ospite permanente un raffinato gentiluomo, povero in canna, Master Wendoll, cui offre casa, affetto, amicizia, servitù, denaro... E Wendoll è tutt'altro che ingrato, anzi, è perfettamente consapevole che il suo ospite e padrone di casa è "il più perfetto gentiluomo che l'Inghilterra abbia mai coltivato" (II, 3), tuttavia, disgrazia sua, perde la testa per la di lui moglie. Lotta, si dispera, si maledice: "Sono un ribaldo se solo arrivo a concepire un tal pensiero e sarò dannato senza scampo. Voglio dimenticarla, voglio armarmi e ricacciare indietro ogni amoroso pensiero rivolto a lei..." (II, 3) dice a se stesso, ma, un momento dopo, travolto dalla passione, corteggia la donna, la inebria di dolcezze, la incanta. È difficile persino per Anne, ritratto d'ogni virtù, resistere a tanto amore: in occasione d'una assenza di Frankford i due diventano amanti. Lui vola in cielo per la felicità, lei subito si pente, capisce d'essere caduta in un baratro, ma per il timore d'essere scoperta ("ciò che ti ho accordato in principio per avventatezza adesso ti concedo per timore", IV, 2) è costretta a proseguire nella relazione. Scopre la tresca il marito, messo sull'avviso da un servo, e con uno stratagemma sorprende i due amanti nella camera da letto nuziale, affettuosamente abbracciati fra loro, nel sonno.
In qualunque altra tragedia elisabettiana i due sarebbero stati passati a fil di spada. Ma non è così per Heywood: Frankford si guarda bene dall'ucciderli perché teme che avendoli colti in peccato mortale la loro anima scenderebbe direttamente all'inferno, dannata per sempre. Ecco un personaggio insolito nel teatro inglese del Cinque-Seicento: misurato, pietoso, pieno di riguardi e scrupoli morali. Frankford caccia l'amico traditore ed evita di punirlo direttamente: sarà il rimorso a punirlo, sarà la colpa a perseguitarlo ("le offese che mi hai recato gravino sulla tua anima tanto opprimenti quanto all'anima mia è la mia pena", IV, 5). Si rivolge poi alla moglie adultera e dopo pacata riflessione le infligge una pena ben lontana dal clima contemporaneo d'una Spanish Tragedy o d'una Duchessa d'Amalfi : "Io non voglio martoriarti, né bollarti col marchio della sgualdrina, ma usandoti maggior clemenza ti torturerò l'anima, anzi ti ucciderò, con la bontà" (IV, 5). Anne è disperata, sinceramente disperata, e così autenticamente pentita del suo tradimento, che riesce, tra i singhiozzi, a pronunciare una frase terribile, faustiana: "pur di cancellare l'oltraggio recato al mio sposo, pur di redimere il mio perduto onore, arrischierei anche la preziosa e dolce redenzione dell'anima mia..." (V,4). Anne è pia e credente: il prezzo che pagherebbe per cancellare la propria colpa umana, quella non verso Dio, ma verso la propria famiglia, sarebbe il prezzo più alto per lei concepibile, la salvezza dell'anima!
Il dramma si conclude ora rapidamente: Anne ve nel suo esilio dorato destinata a non vedere mai più marito e figli. Disperata smette di mangiare e bere per lasciarsi morire. Quando è alla fine, Frankford, impietosito, si reca a trovarla. Sta morendo. Supplica il marito di perdonarla: "la mia colpa è tanto odiosa che se tu non me la perdonassi già in questo mondo, il Cielo non me ne tergerebbe nell'altro mondo..." (V, 5).

"Sebbene la tua sconsiderata colpa abbia separato i nostri corpi, ora le tue lacrime di pentimento riuniscono le nostre anime: prontamente io ti perdono dal profondo dell'anima mia! Moglie mia e madre dei miei figlioletti: ambedue questi nomi che tu avevi perduti, moglie e madre, io te li rendo, e con questo bacio nuovamente ti sposo. Sebbene tu sia ferita nel tuo nome onorato pur tuttavia tu muori, ora, lo giuro sull'anima mia, intatta nel tuo cuore" (V,5). E confortata da queste parole Anne muore tra le braccia del marito. Sulla sua tomba una lapide ricorderà che "qui giace colei che la bontà di suo marito uccise".

Raccontata così, a stralcio, l'intera vicenda sembra avere temi da melodramma, ma non è così nella realtà. Anzi, tutto è misurato e verisimile e i personaggi, tutti, hanno una perfetta credibilità psicologica, ben indagata dal nostro autore così moderno, se vogliamo, da ritrovarsi pari pari nelle pagine di Fontane alcuni secoli dopo, nel pieno della maturità della letteratura d'adulterio dell'Ottocento. Heywood precorre i tempi e la sua Anne è non progenitrice, ma sorella gemella, di Effi Briest.
Dove siamo, con questo dramma di Heywood? Non sulle pagine di un libro di storia, non in un'eroica e sublime reggia medioevale, non in un bosco incantato di fiabe e di elfi, non in un esotico meridione europeo, italiano, Green tea extract manufacturer, tra forti tinte di passionali e cruente vendette, non in un'epoca senza tempo di una neoclassica romanità...
Siamo nella Inghilterra country dei suoi tempi, di Heywood, tra suoi contemporanei, suoi vicini di casa, normali borghesi di una borghesia vera, realistica, oggettivamente esistente. È teatro moderno questo di Heywood, nel senso che nasce per indagare una problematica psicologica   di attualità: esattamente come faranno Ibsen e Pirandello o, ai nostri giorni, H. Miller o T. Williams. Ed è buon teatro, perché crea figure di carne e ossa ed è teatro che piace e commuove, perché le lacrime di Anne hanno temperatura corporea. E sono bagnate, così bagnate da poter lavare una colpa reale, opprimente, che senti e che partecipi.

C'è un'altra vicenda, parallela, un altro dramma nel dramma, in Una donna uccisa con la bontà . Secondario perché da sempre lo si considera tale in quanto non partecipa del titolo ed in quanto termina a lieto fine e quindi appare, ingiustamente, più leggero. È proprio una seconda storia parallela che si intreccia esteriormente con la prima in quanto uno dei personaggi è Francis Acton, fratello di Anne. È una storia un po' più "teatrale" della prima, dotata di un minore realismo, di minore credibilità. Tuttavia molto bella. Un nobiluomo in una partita di caccia col falcone litiga con il suo rivale, si arriva alle spade, ne uccide senza volerlo due servi, finisce in galera, e per uscirne si rovina economicamente sino alla povertà totale, sino alla più nera disperazione. Ormai nullatenente si riscatta vivendo del suo lavoro di contadino insieme con la bella e virtuosa sorella. Ma finisce ancora una volta in carcere per un piccolo grape seed extract. Quando ormai si crede giunto alla morte, il suo creditore, suo nemico giurato, lo libera dal carcere. Il poveretto quindi si trova ad essere debitore della vita nei confronti del suo più feroce nemico, il quale, a maggior onta, vuole sedurgli la sorella. Accettare significa salvarsi: vita, onore, benessere, proprietà, ma significa anche prostituire la sorella, quindi il proprio nome, il proprio onore. Come in Misura per misura il conflitto è dunque di coscienza: o la propria vita o l'onore e il buon nome della propria sorella. Lieto il finale: l'aguzzino si innamora perdutamente e la sorella della sua vittima sì se la porterà a letto, ma solo dopo averla felicemente e onorevolmente sposata.
E anche questa seconda vicenda a modo suo è tutt'altro che manierata ed è tutt'altro che melodrammatica.
Tuttavia un regista che portasse oggi in scena Una donna uccisa con la bontà potrebbe tagliare di netto tutta la seconda vicenda e Una donna uccisa con la bontà non perderebbe assolutamente nulla del suo valore.
Verissimo. Ma è altrettanto vero il contrario: un regista che volesse tagliare di netto tutte le vicende relative al primo dramma ecco che metterebbe in scena - con solo il secondo - un dramma intero, perfetto, concluso e, strano a dirsi, di una gran bellezza sua propria. Gli andrebbe inventato un titolo. Ma questo sarebbe il minore dei problemi...

Milano, 23/12/01

 
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