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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
BEN JONSON
Volpone
A cura di Nereo E. Contini, pp. 135, Edizioni TEA, Milano, 1988.

È un furfante, ma sul piano morale quasi quasi si riscatta. Perché? Perché le sue furfanterie le mette in atto più per divertirsi, alle spalle di altri furfanti, che non per avidità, per sete di ricchezze. Vediamola da vicino questa storia famosa.
Siamo a Venezia: Volpone è un vecchio molto ricco, senza figli e senza altri parenti. Si finge molto ammalato, in punto di morte,fake piaget polo watch in modo da attirare su di sé attenzioni d'ogni genere e soprattutto ricchi regali da parte di un drappello di finti amici ciascuno dei quali vuole ingraziarselo per esserne nominato erede.
Il gioco è condotto con l'ausilio, anzi, è interamente condotto, da Mosca, un servitore di Volpone, chiamato il parassita, maestro nell'arte dell'inganno e del doppio-gioco. Volpone è la mente e Mosca è il braccio, in una classica recita a due, il furfante e la spalla, come ne  Mosca lusinga i pretendenti facendo credere, a ciascuno, d'essere lui, senza ombre di dubbio, l'erede designato e da ciascuno ottiene così, per Volpone, il massimo in regali, in offerte, in grazie. I tre pretendenti sono a loro volta delle gran canaglie, con nomi da uccelli rapaci, Corvino, Corbaccio, Voltore e, a differenza di Volpone che, appunto, si riscatta perché mosso dal divertimento, dal piacere della beffa, i tre sono moralmente abbietti, mossi esclusivamente dalla sete d'eredità.
Il nucleo tematico del cacciatore d'eredità, Jonson non se l'è inventato: è antico, proviene da Luciano (Dialoghi dei morti) e da Petronio (Satyricon). Autori che Jonson ben conosceva perché aveva una profonda cultura classica, al punto d'aver tradotto l'Ars Poetica d'Orazio. Ma lo svolgimento del dramma, sino alle estreme conseguenze,  è tutto opera di Jonson, con spunti di grande comicità.
Volpone è descritto in molta saggistica come l'avido e l'avaro per eccellenza. Niente di più sbagliato. Avido forse, ma avaro nient'affatto. La spettacolarità, la peculiarità di Volpone, consiste nell'essere un gaudente amante della beffa, un esteta del raggiro, un cultore appassionato di quell'attività, che nel teatro comico dà sempre cospicui frutti, che è il menare per il naso i creduloni, gli avidi, i viziosi. Lo dice esplicitamente, Volpone (I,1) in apertura di commedia: "...io mi glorio di più della scaltrezza con cui acquisto la mia ricchezza che non del felice possesso...". Ciò che piace a Volpone è il gioco, più che il frutto che glie ne deriva: "...io tutto tollero, giocando con le loro speranze... sempre tenendoli in pugno, lasciando che la ciliegia batta sulle loro labbra, portandola vicino alle loro bocche e poi ritirandola...". È un gatto sadico, Volpone, che si diverte a tormentare il topo, non a divorarlo.
Quando ogni mattina inizia una nuova giornata, una giornata di gioco, "ecco - dice Volpone -ecco che i miei clienti cominciano le loro visite, l'avvoltoio, il nibbio  il corvo e il corvaccio, tutti i miei uccelli da preda che pensano che io mi stia mutando in carogna, ecco che arrivano: ma io non sono ancora a punto per loro...!" (I, 2).
Arriva Voltore, un avvocato avido e senza scrupoli, che porta in dono un grande vassoio d'argento e ottiene da Mosca l'assicurazione d'essere l'erede designato. Arriva poi Corbaccio che porta "un sacco di zecchini luccicanti" e parimente ottiene da Mosca la stessa falsa certezza, mentre Volpone, finto moribondo, si sbellica dalle risa a vedere il suo servo all'opera nel raggirare il credulone.
E buon ultimo arriva Corvino, il terzo pretendente, con una perla e un diamante che, aggiungendosi ai doni degli altri, fanno infine esclamare a Volpone "...una perla, un diamante, argenteria, zecchini: la preda d'un buon mattino, questo sì che è meglio che derubare chiese o impinguarsi mangiando un uomo alla volta al mese... Mio divino Mosca, oggi hai superato te stesso!" (I, 5).
Ma il meglio deve ancora venire: non paghi di ricevere ricchi doni materiali, Volpone e Mosca spingono ben oltre il proprio gioco. Mosca induce Corbaccio a dare la prova suprema del suo attaccamento a Volpone diseredando il proprio figlio e designando come erede Volpone stesso, il quale, fa credere Mosca, dovrà pur sdebitarsi di un atto così bello... Come, se non a sua volta nominando Corbaccio proprio erede? E la cupidigia rende Corbaccio così stupido che non solo casca nella rete, e stila il testamento, ma addirittura si convince che lo "stratagemma" è lui ad averlo pensato, non Mosca, e senza correre alcun pericolo, perché, dato lo stato di salute di Volpone, Corbaccio è assolutamente "sicuro di sopravvivergli"...
Ma il testamento di Corbaccio è niente a fronte di ciò che i due riescono a concepire a danno di Corvino: il quale Corvino ha una moglie giovane e bellissima "una meraviglia, la più fulgida stella d'Italia, una ragazza nel fior degli anni, la cui pelle è più bianca d'un cigno, più bianca dell'argento, della neve o dei gigli, il cui labbro è così tenero che tenterebbe a un'eternità di baci, la cui carne a toccarla si liquefa in sangue, ed è splendida e adorabile come e più dell'oro..." (I, 5).
Corvino ne è mortalmente geloso al punto di imporle la clausura e minacciarla di cintura di castità ma, aihmè, incontratala con uno stratagemma, Volpone se ne incapriccia a tal punto da chiedere a Mosca di fargliela avere, a qualunque prezzo: "...prendi, Mosca, le mie chiavi, l'oro, l'argenteria e i gioielli, usali, come vuoi, purché tu esaudisca le mie brame...". Brame che sono appunto quelle di "far becco Corvino"... (II, 4). E Mosca promette.
E qui davvero si entra in un capolavoro di inventiva teatrale. C'è una scena (II, 6), sicuramente la più bella dell'intera commedia, in cui Mosca si reca a casa di Corvino e gli fa credere che la salute di Volpone, grazie ad un unguento miracoloso, è molto migliorata. Un consulto di medici chiamati al suo capezzale ha però sentenziato che la piena guarigione la si potrà ottenere "...un medico diceva con un cataplasma di erbe, un altro con una scimmia scuoiata applicata al petto, un terzo con un cane, un quarto con un olio e pelli di gatti selvatici... alla fine tutti i medici concordarono che per mantenerlo in vita non c'era altro rimedio che cercare immediatamente una giovane donna, forte e esigente, e dargliela a letto...". Mosca è così premuroso nei confronti di Corvino che è corso subito a metterlo sull'avviso per evitare che altri possano ingraziarsi Volpone e quindi assicurarsi la sua eredità... Non si può "impiegare una comune cortigiana" perché c'è il rischio di "incappare in una bagascetta" che potrebbe abbindolare il vecchio e "farci tutti fessi"...
Mosca è abilissimo a stuzzicare l'avidità di Corvino e a portarlo a offrire la moglie. Gli chiede consiglio, si appella alla sua saggezza: "...pensate, pensate, pensate signore!: dev'essere una ragazza incapace di trucchi, una ragazza su cui voi abbiate ascendente... non avete parenti? ...pensate, pensate signore...!". E a questo punto gli assesta il colpo di grazia: "...uno dei dottori offrì sua figlia!" "Ma no?!". "Eccome: il signor Lupo, il medico...". "Sua figlia!". "E vergine, pure. Eh, signore, lui conosce la condizione del suo corpo... che nulla può riscaldargli il sangue, né alcun incantamento sollevargli lo spirito... un lungo torpore ha preso possesso di quella parte. Inoltre, signore, chi verrà mai a saperlo?"...
Corvino è sì un corvo, ma abbocca come un pesce: "Mosca, ho deciso, ci assicureremo di tutto, la persona in questione sarà mia moglie... Vai a casa da Volpone, preparalo, digli con che zelo e buona volontà lo faccio, giuragli che appena udii della cosa, questa fu la mia spontanea proposta...".
Come si conclude la spassosa vicenda?
Mosca incomincia a tessere una seconda rete, questa volta a favor suo, non del padrone Volpone. E per rimestare nel torbido avvisa il figlio di Corbaccio che il padre lo ha diseredato a favore di Volpone. Il giovane, un giovane dabbene, non gli crede. Allora Mosca lo invita a nascondersi nella camera da letto di Volpone ove gli darà le prove del tiro mancino. Ma le cose vanno storte e il giovanotto si trova ad essere involontario testimone dell'imbarazzante scena in cui Corvino arriva con la propria moglie ad offrirla al letto del vecchio. La moglie, altra persona dabbene, si rifiuta, è disposta a morire piuttosto che cedere alle brame del vecchio. Ne vien fuori una rissa: Volpone cerca di violentare la ragazza, il giovane nascosto balza fuori a difenderla e nel caos ferisce di spada Mosca.
A questo punto tutti in tribunale a chiarir le cose. I tre rivali, Corbaccio, Corvino, Voltore, rivali in quanto tutti a caccia di un'unica preda, si alleano fra loro e fanno causa comune contro i due malcapitati giovani, il figlio di Corbaccio e la moglie di Corvino, che da vittime, grazie a una strepitosa arringa di Voltore che è un abile avvocato, diventano colpevoli, lei d'essere una immonda bagascia e lui d'aver tentato di uccidere il proprio padre...
I giudici ora stanno per pronunciare la sentenza, ma Volpone vuole godersi ulteriormente il suo gioco ai danni dei tre uccellacci e ha un'ennesima idea di beffa. Fa testamento a favore di Mosca, si finge finalmente morto, si traveste e vuole godersi la scena in cui uno per uno i tre uccellacci, ormai sicuri, ciascuno per proprio conto, di essere l'erede designato di Volpone, scoprono invece d'essere stati buggerati con un testamento tutto a favore di Mosca. È il massimo del sadismo, ma è un gioco che Volpone non vuol proprio perdersi. E così fa. Sennonchè Mosca, troppo furfante per essere un furfante leale, a questo punto tradisce il padrone e, forte del testamento a proprio favore, tenta davvero di spacciare per morto Volpone e di impadronirsi delle sue cospicue ricchezze. I giochi vengono sventati dal pentimento di Voltore, che confessa ai giudici tutta la verità, e la conclusione è la classica conclusione moraleggiante d'ogni commedia: assolti e vincitori i due giovani dabbene e puniti e condannati tutti i furfanti, Mosca, Volpone e i tre uccellacci.

C'è un'altra breve trama nella trama, secondaria, di tre personaggi inglesi che si trovano a Venezia con una loro storia parallela, di toni farseschi, che poi in qualche modo si ricongiunge a quella principale, ma è davvero così estranea alla vicenda che il più delle volte i registi, nelle moderne messe in scena, la depennano del tutto.

Volpone
è del 1606. Ebbe molto successo alla sua epoca e poi cadde nel dimenticatoio. Fu per così dire riscoperta nel Novecento e divenne una delle commedie del teatro elisabettiano più apprezzata e più rappresentata in scena, a tutt'oggi.
È una commedia divertentissima, ma non regge al confronto con che è più unitaria di ispirazione e molto più movimentata è un testo difficile da mettere in scena perché richiede capacità istrionesche straordinarie e gran sforzi di regia per la complessità concertativa delle molte parti corali. Volpone è più facile e assicura sempre un gran successo di pubblico anche con attori mediocri e registi che poco aggiungono al testo già di per sé spassoso.


Con il Volpone di Ben Jonson siamo di fronte a una icona del grande teatro   comico europeo: la beffa, il sadismo, la canagliata che diventano opera d'arte, il furfante che diventa poeta della furfanteria, la buggeratura che diventa spettacolo e capolavoro, indipendentemente dal fine.

"Mosca - dice Volpone - sii un artista, adesso, e torturali in modo sopraffino..." (V, 2).
"Possiamo avere una commedia ora?... - chiede Volpone e continua - andate immediatamente a spargere per strada la notizia che sono morto... Io salirò su uno sgabello dietro la tenda, per sentire, qualche volta darò una sbirciata, per vedere il loro aspetto... oh, mi fornirà un raro pasto di risate!..." (V, 3).
"Oh, mia canaglia ingegnosa, lascia che ti abbracci...!" si entusiasma Volpone per la capacità canagliesca di Mosca e conclude: "hai fatto la tua parte incomparabilmente, mio prezioso Mosca!" e questi conferma "questo è il nostro capolavoro, non possiamo pensare di andar oltre...!" (V, 2).
Questi due superbi personaggi dello spettacolo, Volpone e Mosca, artisti del raggiro, dediti alla beffa truffaldina non per trarne un utile immediato, ma per trarne godimento, piacere, divertimento, risata, sono una delle creazioni più clamorose del teatro d'ogni tempo.

"Oh rare Ben Jonson!" scriveranno i posteri sulla tomba anonima del poeta nell'abbazia di Westminster: che non è molto dissimile da quanto il poeta fece dire a Volpone, rivolgendosi a Mosca: "mio divino Mosca, oggi hai superato te stesso!". Nell'austerità di Westminster quella tomba è un monumento alla originalità e alla comicità di uno dei grandi del teatro elisabettiano.

Sestri Levante, 1/2/03

 
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