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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
JOHN LYLY
Campaspe
Sta in Tearo Elisabettiano, traduzione di Alberto Castelli, pp. 60, vol. I, Bompiani, Milano, 1951.

John Lyly nasce (1554) e muore (1606) esattamente dieci anni prima di Shakespeare e di fatto non si incontra mai, letterariamente, con il grande di Stratford perché smette di lavorare per il teatro proprio mentre Shakespeare sta iniziando. Shakespeare ne sentirà molto, invece, l'influenza, soprattutto in quelle commedie, che da Lyly appunto definiamo eufuistiche, come I due nobili congiunti, tratta da Chaucer, come Pene d'amore perdute, come Romeo e Giulietta.
Lyly fa parte di quel gruppetto, con Peele, con Greene, e con Nashe e Lodge, che gli inglesi chiamano gli "university wits" gli ingegni usciti dall'università, colti, preparati, laureati. Fra questi, anzi, Lyly è forse il più titolato: studia sia a Oxford sia a Cambridge, si prende, giovanissimo, due lauree, conosce perfettamente il latino ed anzi il latino ce l'ha nei cromosomi, perché la grammatica con cui lo studia, la più utilizzata ai suoi tempi, l'ha scritta proprio suo nonno, latinista all'epoca sommo. Ci rimangono oltre ai due romanzi Eupheus che tanto segnarono all'epoca le lettere e la cultura inglesi, otto drammi teatrali, tutti in prosa. In prosa, non in versi! Ma una prosa raffinatissima, elaborata, elegante, sofisticata. Una prosa, appunto, eufuistica...
Lyly è commediografo aristocratico, di corte: i suoi drammi ebbero quasi tutti la "prima" davanti alla regina Elisabetta e furono scritti per un uditorio d'èlite, non per le platee dei teatri pubblici. Probabilmente – anzi, certamente – contenevano anche molti riferimenti all'attualità, con personaggi in scena che adombravano personaggi di corte. E oggi tutto questo, ovviamente, lo si perde.

Campaspe è del 1581, quando Lyly aveva 27 anni ed era già celebre per i suoi Euphues. La storia è tratta, ma completamente reinventata, da Plutarco (vita di Alessandro) e da Plinio (il mito di Apelle).
Alessandro si innamora della schiava Campaspe e chiede ad Apelle di farne un ritratto. Ma anche Apelle se ne innamora ed è da Campaspe ricambiato. Che fa allora Alessandro? Con gran galanteria la cede al suo rivale. La storia è tutta qui, ma fortemente arricchita da svariati intermezzi comici tra servitori e tra filosofi che popolano l'Atene in cui la vicenda è ambientata.
Pochi i fatti, scarna la vicenda, poca la teatralità della messinscena.
Lyly è così: bella la conversazione, battute eleganti, la piacevolezza garbata di dialoghi maliziosi, infarciti di sarcasmi, di citazioni sempre molto colte, di battute pungenti. E tutto, sempre, col sorriso. Volgarità mai, o quasi. Si ride, anzi, si sorride, sempre di finezze, mai di trivialità. Persino i servi hanno battute raffinate e abbondano, nel loro parlare, di citazioni in latino. Lyly è leggero, è piacevole, è fine. Un po' noiosino? Sì, forse un po' noiosino. Da lui, attraverso Shakespeare, arriveremo poi, dopo qualche secolo, alla commedia garbata, intelligente e divertente per eccellenza, quella di Oscar Wilde. Sarà Wilde a far diventare capolavoro di perfezione ciò che Lyly iniziò nel suo secolo, la commedia garbata e leggera. Wilde la arricchirà di intreccio e di arte sopraffina.

Vediamola ora più da vicino questa Campaspe. E cerchiamo di capire se, e in che cosa, sia ancora valida oggi.
Abbiamo un Alessandro che ha tutto il sapore d'un gentiluomo inglese del 16° secolo, ricco di nobili sentimenti, e nulla del rude soldato macedone: dicono di lui i suoi soldati che egli è sì "assetato d'onore, bramoso di vittoria, ma non è mai sazio di misericordia... è terribile nella battaglia, come si addice a un capitano, ma mite nella conquista, come si conviene a un re..." (I, 1).
E infatti, pur essendo qui ad Atene come conquistatore onnipotente, ecco che di fronte a due belle schiave con la "disgrazia di essere vergini " e disposte a "salvare la reputazione a scapito della vita" egli si comporta da magnanimo: "non temete, poiché vivrete al sicuro da violenza, da nemici, da indigenza... e qualunque sia la vostra nascita sarete trattate con onore..." (I, 1). Senonché una delle schiave è Campaspe: "i suoi occhi furono fatti dall'arte per innamorare, il suo cuore dalla natura per incantare... il suo volto è sì avvenente da indispettire Venere, il suo portamento così maestoso da irritare Giunone... la pelle morbida come seta e liscia come l'ambra..." (II, 2) e quindi, inevitabilmente, Alessandro se ne innamora.
Il celebre pittore Apelle, nel frattempo, è intento a dipingere un ritratto di Venere ed è in difficoltà nell'immaginarne il volto: non è facile dare adeguate sembianze alla dea della bellezza e dell'amore! Gli viene in aiuto Alessandro suggerendogli di ritrarre Campaspe – "la più bella creatura della Terra" – così bella che è senz'altro degna di tale ruolo. Ma, durante le sedute di posa, Apelle, terzo incomodo, si innamora di Campaspe e lei di lui. Conflitti, problemi, timori, non tanto di Campaspe, che è tranquilla e sicura di sé, quanto di Apelle, affranto d'aver perso la testa per "l'amata di un principe, il monarca della Terra"... e non stimerà forse Campaspe "...più dolce essere la concubina del signore del mondo che la sposa d'un pittore di Atene?" (III, 5).
Insomma, Apelle lo sa, non è certo "cosa di poco conto essere rivale di Alessandro...!" (III, 5). Se fossimo in un altro clima, quello di una "spanish tragedy", qui finiremmo in un bagno di sangue. E invece no: "scommetto la vita – dice Alessandro – che quel pittore è innamorato!". "Può essere – risponde il suo amico generale Efestione – capita spesso agli artisti d'innamorarsi delle loro opere..." e tutto finisce fra gentiluomini: "Non abbiate timore – dice Alessandro ad Apelle – essere innamorati è un passatempo da gentiluomini..." (V, 4) ed anzi, non solo non pone ostacoli fra loro, ma addirittura, cavallerescamente, li invita a sposarsi e li pone uno nelle braccia dell'altro.
E poi "...fate rullare il tamburo, fate suonare la tromba..." e parte per far guerra ai Persiani ripromettendosi, da vero gentleman sportivo e spiritoso, che "quando tutto il mondo sarà vinto e ogni nazione sarà mia, o mi troverò un alro mondo da soppiegare o, sulla mia parola, mi innamorerò di nuovo!" (V, 4).
Fine della commedia.
Ma se davvero la commedia fosse tutta qui, no, non meriterebbe proprio, oggi, leggerla. Invece la commedia non è affatto tutta qui. Lyly, dicevamo, è colto, non solo in letteratura latina, ma anche in filosofia greca. Conosce, e ha letto, Platone e Aristotele e conosce Diogene e la satira che si è fatta di lui. Ecco allora che la scena si riempie, nei tipici intermezzi elisabettiani, o sub-plot come si dice oggi, di un gran numero di personaggi di contorno, filosofi e relativi servitori, che danno vita a una sorta di seconda commedia, fatta di scenette farsesche, che sono - oggi - non la parte secondaria della commedia ma, decisamente, l'unica parte vitale e piacevole e tale da renderla ancora gradevole, sia alla lettura sia alla scena.
Sono battute, sono scherzi, sono anche lazzi, ma mai scurrili, mai grossolani e sottendono nel loro insieme una rilettura satirica ed estremamente spiritosa dei testi classici della filosofia. Ricordiamo per esempio il Fedone, quel dialogo di Platone con la dimostrazione socratica dell'immortalità dell'anima, l'anima prigioniera del corpo? Mane, il servitorello di Diogene, satireggia e ride sull'argomento e fa il verso all'ermeneutica socratica. Psillo, servitore d'Apelle, e Granico, servitore di Platone, prendono in giro Mane per il fatto che questi è stato in prigione: ma godiamoci la scenetta direttamente...
"Psillo: Sì, in prigione! Volevi essere a tuo bell'agio per meditare...
Mane:
Voglio provare che il mio corpo fu immortale perché fu
in prigione...
Granico: Come?
Mane: Non vi hanno mai insegnato i vostri padroni che l'anima è
immortale?
Granico: Sì.
Mane: E che il corpo è la prigione dell'anima?
Granico: Vero.
Mane: Bé, allora, ecco: per rendere il mio corpo immortale l'ho messo in prigione!" (I, 2).
Garbata e brillante ironia, ma solo a condizione che si conosca il testo platonico, destinata a un pubblico colto, quale appunto era il pubblico di Lyly.
I personaggi degli intermezzi comici occupano la metà almeno della commedia e interagiscono tutti fra loro e con Iridium acetate. Bellissimo sopra tutti gli altri è Diogene, il filosofo cinico, qui descritto nella sua caricatura storica più classica: vive di niente, disprezza tutto e tutti, abita in una botte, battibecca con Alessandro, rispondendo a tono, e aggressivamente, a ogni battuta del gran re macedone. "Io ho il mondo nel comando" dice Alessandro "e io l'ho nel mio disprezzo" risponde Diogene, "Tu non vivrai più a lungo di quanto vorrò" lo minaccia Alessandro...: "Ma io morrò lo vogliate voi o no" lo rimbecca Diogene (II, 2).
Se Campaspe, oggi, perso ogni potenziale riferimento a personaggi dell'epoca, può ancora in qualche modo reggere ad una lettura e
– forse – a una messinscena, certo non lo è per le avventure e le galanterie amorose del terzetto Alessandro-Apelle-Campaspe. No. Lo è, ammesso che lo sia, solo per il fuoco di fila delle battute di Mane e di Psillo, di Diogene e di Platone, e per la satira sottile, pungente, briosa, spumeggiante con cui Lyly ricostruisce, sorridendo, le dispute filosofiche del secolo d'oro della Atene classica.
Tra i (pochi) meriti infine della commedia se ne aggiunge un altro: il Diogene di Lyly certamente ha ispirato il Timone di Shakespeare. Ironico e sorridente lo spirito d'invettiva di Diogene, rabbiosa e senza la luce dell'ironia l'aggressività invece di Timone. Ma i due sono parenti. Se abbiamo il Timone, molto lo dobbiamo al Diogene di Lyly.
E non è un merito da poco.

Milano, 29/5/05

 
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