Deprecated: mysql_connect(): The mysql extension is deprecated and will be removed in the future: use mysqli or PDO instead in D:\inetpub\webs\tiraccontoiclassiciit\opera.php on line 2
Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
CHRISTOPHER MARLOWE
Il dottor Faust
A cura di Nemi D'Agostino, con testo originale a fronte, pp. 208, Mondadori, Milano, 1983/92. Sta in Teatro completo, a cura di J. Rodolfo Wilcock, pp. 50, Adelphi, Milano, 1966/2002.

Il Faust è verosimilmente del 1592, l'ultima delle opere di Marlowe (1564-1593), un anno prima della morte. Deriva dalla omonima cronaca tedesca (il Wolksbuch, del 1587) che proprio quell'anno fu tradotta in inglese. Il personaggio di Faust è tragico per antonomasia: è l'uomo del Rinascimento, assetato di sapere, alla continua ricerca di risposte ai grandi quesiti irrisolti dell'esistenza. L'uomo che, pur di accedere al sapere, vende la propria anima al diavolo. Questa la fonte e la leggenda. Marlowe la fa propria e la drammatizza in un lavoro teatrale fondamentalmente banale e noioso, poco rappresentabile in scena, che sarebbe del tutto trascurabile, oggi, a secoli di distanza, se non fosse per tre semplici motivi: è di Marlowe, è il Faust (vedi l'importanza del mito faustiano nel romanticismo tedesco) e, da ultimo, è innegabile che abbia nel finale alcune pagine - poche, ma non è elemento che si misura sulla bilancia della quantità - alcune pagine, di grande e indiscutibile poesia.

Siamo in Germania, a Wittenberg, e Faust è un giovane dottore universitario che ha invano cercato risposte alla sua ansia di sapere, in tutte le discipline delle scienze praticabili allora: teologia, filosofia, medicina, legge... E tutte lo hanno deluso. Non gli resta che darsi alla magia, diventar negromante.
Ansia e desiderio di sapere, ma anche di potenza: Faust è una sorta di Tamerlano, più spirituale, più intelligente, più immateriale, ma pur sempre un Tamerlano. Viene a lui Mefistofele e Faust fa un patto, scritto col proprio sangue: avrà i diavoli pronti ai suoi ordini e avrà tutto il sapere e il volere che vorrà, per ventiquattro anni. Al termine, i demoni si porteranno via la sua anima, dannata per sempre. "Avessi tante anime quante sono le stelle, le darei tutte per Mefistofele..." (I, IV) declama Faust ebbro di satanica sete d'onnipotenza. Cui fa eco un clown, pronto a vendere "l'anima al diavolo per un coscio di montone crudo...", in linea con la tendenza della tragedia elisabettiana dove, sempre, alle scene tragiche  fanno da immancabile contrappunto comico scene "basse", generalmente in prosa anziché in versi, destinate a far la gioia di un pubblico popolare che, forse, costituiva, allora come oggi, la parte più cospicua della platea.

Ora Faust ha raggiunto l'onnipotenza. Ad un suo cenno i diavoli sono al suo servizio, gli rivelano i misteri della cosmogonia e gli realizzano qualunque desiderio egli esprima. Ed è qui che iniziano i problemi del drammaturgo, vuoi pratici, di meccanica e di logistica teatrale, vuoi di ispirazione. Come mandarlo avanti il dramma? Come dare, su scena, le risposte ai grandi problemi teosofici dell'uomo? Come realizzare, su scena, ventiquattro anni di raggiunta onnipotenza faustiana?
Si barcamena, il nostro Marlowe, in una serie piuttosto noiosa di pantomime scadenti e ricorre, spesso, al coro, con funzione di narrazione dei prodigi avvenuti fuori scena.
Faust dunque scala l'Olimpo, "sale a vedere le nuvole, i pianeti, le stelle, gli spazi che dividono il cielo, montato su un drago dalle ali che fendono l'aria sottile..." (II, 3): tutto questo ce lo racconta il coro, esattamente come, in Shakespeare, le grandi scene di battaglia o di massa, non rappresentabili nello spazio scenico, sono riferite da un messo, da un reduce, da un testimone... Fin qui, dunque, tutto bene. Il banale arriva invece quando Marlowe, i prodigi dell'onnipotenza di Faust, tenta di rappresentarli direttamente in scena: le pantomime appunto, che sono di una ingenuità e di una povertà d'ispirazione da rasentare il patetico. Ecco una serie di situazioni che si dipanano nell'arco della rappresentazione, mescolandosi tra loro scene serie, scene comiche, scene tragiche, in un susseguirsi tutt'altro che felice e dagli esiti, letterari e teatrali, piuttosto scadenti.
Abbiamo il demonio che presenta in scena a Faust la personificazione dei sette vizi capitali (gola, invidia, lussuria, eccetera).
Abbiamo un Faust che si reca a Roma, alla corte dell'odiato papa cattolico e, resosi invisibile, lo sbeffeggia fino a schiaffeggiarlo e a rubargli di mano piatti e coppe di vino.
Abbiamo Faust che porta via al papa - il quale lo vorrebbe incarcerare - l'antipapa, trasportandolo poi alla corte dell'imperatore tedesco Carlo. Qui, a corte, abbiamo un Faust che non ha più nulla del Capaneo o dell'Icaro che sfida i cieli: la sua dimensione è quella del guitto che dà spettacolo delle proprie arti nel baraccone di un luna-park. L'imperatore gli chiede di incontrare di persona Alessandro Magno e la sua amante... Eccoli: Faust li fa sfilare e fornisce la prova che proprio di loro si tratta: constatare sul collo dell'amante la presenza di quel famoso neo... Ci spostiamo e andiamo alla corte di un potente duca: qui Faust, "gloria di Wittenberg e meraviglia del mondo intero" (IV,1) cosa fa? Soddisfa le voglie della duchessa, incinta, procurandole un piatto d'uva fuori stagione, portato al volo dall'altro emisfero, dove appunto nasce l'uva, da un servizievole diavolo messosi a sua disposizione.
Le pantomime vanno avanti, mescolandosi con quelle, altrettanto plateali, dei servitori e dei clown, che giocano a chiamare al proprio servizio i diavoli per rubacchiare un po' di birra o trasformarsi gli uni con gli altri in scimmie e cani. C'è un Faust che vende il proprio cavallo e poi lo smaterializza nell'acqua, un commerciante che strattona Faust per una gamba fino a staccargliela, un Faust cui ricresce la gamba, un Faust che impianta le corna a dei cortigiani scettici sulle sue capacità taumaturgiche, e dei cortigiani che si vendicano di lui mozzandogli di netto la testa mentre lui, resuscitato con una nuova testa, li rende, per vendicarsi, tutti muti...
Ma intanto sono passati i famosi ventiquattro anni del patto col diavolo: siamo all'ultima sera. Un vecchio saggio e un angelo buono tentano ancora di indurre al pentimento cristiano Faust, il peccatore, colui che ha rinnegato Dio. Tornano i toni della tragedia, torna la magniloquenza letteraria di Marlowe a farsi sentire. Nel dubbio, rinnegare il demonio, tornare a Dio, Faust ha ancora un'ultima richiesta da rivolgere a Mefistofele: chiede di poter avere, per una notte, per amante, la mitica, la bellissima, Elena di Troia. Ed ecco, per incanto, in un dramma tirato stancamente pagina dopo pagina, scena dopo scena, in totale assenza di ispirazione, ecco scoppiare la poesia, la grande poesia: i versi, i pochi versi, ma bellissimi, con cui il condannato Faust invoca l'amore di Elena, ripagano ampiamente, e risarciscono generosamente, di tutto l'inconcludente dramma protratto a fatica sino alle ultime pagine, finalmente degne di un grande poeta. "Fu questo il viso che varò mille navi e bruciò le torri immense di Troia? Elena, rendimi immortale con un bacio! Mi succhia l'anima quel bacio, e vola via: guardala! Vieni, Elena, ridammi l'anima. Qui vivrò perché il cielo è in queste labbra .. i suoi dolci abbracci estingueranno quei dubbi che mi scostano dal mio voto e terrò il giuramento fatto a Lucifero... Oh, sei più bella dell'aria della sera cinta dalla bellezza di mille stelle..." (V,2).
Faust, automa, marionetta, maschera, stereotipo di se stesso per l'intero dramma, ecco orologi replica italia che nel finale acquista spessore umano: la sua anima, ceduta al diavolo per ventiquattro inutili anni di strampalate pantomime, per una notte diventa l'anima di un uomo innamorato. Ora sì che vale la pena rinunciare al cielo, perché il cielo è qui, nelle labbra di Elena, "più bella dell'aria della sera cinta dalla bellezza di mille stelle...".

L'orologio suona infine undici rintocchi. Manca un'ora. Poi suona un altro rintocco. Manca mezz'ora. Faust è tornato uomo. I versi di Marlowe glie ne danno tutta la dignità e la grandezza. Nel delirio vede "il sangue di Cristo che inonda il cielo! Una sola goccia e mi salvo! Mezza, solo mezza goccia! Oh Cristo... Oh, Dio, se non vuoi perdonare la mia anima, per Cristo che col sangue mi ha riscattato, fissa un termine almeno ai miei tormenti! Che Faust viva nell'inferno mille anni, centomila, ma infine possa salvarsi...!" (V, 3).
Ma Lucifero, ovviamente, non conosce la pietà e Faust è condannato: suona la mezzanotte e, non potendo salvare l'anima, venduta al demonio, "corpo, trasformati in aria, o Lucifero ti porterà all'inferno..." grida disperato mentre i demoni lo trascinano verso l'eterna dannazione.

Si chiude sui toni della grande lirica, con momenti di poesia che alcuni   critici definiscono i più alti del teatro elisabettiano prima dell'arrivo di Shakespeare, questo dramma di Marlowe. Che è lontano anni luce dai grandi drammi di Shakespeare e che tuttavia ne prelude la grandezza: lo ritroveremo, il sangue di Faust, nello Shylock del Mercante di Venezia, nell'Angelo di Misura per misura. Lo ritroveremo ovunque la grande poesia saprà portare luce all'abiezione, ovunque un barlume di amore saprà riscattare anche il più tetro, il più repellente, il più indegno dei peccatori.

Sestri Levante, 26/8/02

 

 
©     ugo.randone@tiraccontoiclassici.it
1
1