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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
CHRISTOPHER MARLOWE
La strage di Parigi
Sta in Teatro Completo, a cura di J.Rodolfo Wilcock, pp. 47, Adelphi, Edizioni, Milano, 1966/2002.

La strage di Parigi è uno dei testi più lacunosi rimastici del teatro elisabettiano. È in versi (il pentametro giambico) e non è suddiviso in atti. Il numero di versi è meno della metà di quelli di un testo tradizionale. Fu scritto da Marlowe intorno al 1591/2 e rappresentato nel gennaio del 1593.
È un lavoro anomalo, diverso da tutte le altre tragedie elisabettiane. Il nucleo narrativo è lo scontro fra la corona di Francia (due fratelli Valois) e il ribelle e potente duca di Guisa, un Lorena. È in discussione la supremazia per la corona, ma la materia del contendere è la guerra ai protestanti ugonotti. Guisa è di parte cattolica papalina, aiutato o finanziato dal papa e dal cattolicissimo re di Spagna: la corona invece, pur essendo formalmente cattolica, difende in qualche modo gli ugonotti.
Perché il dramma è diverso da tutti gli altri? Perché non ha un nucleo drammatico intorno a cui è costruita una storia: è semplicemente una lunga cronaca ("giornalistica" dice Wilcock) di fatti, con un interminabile succedersi di personaggi e di uccisioni. Non c'è un finale, una soluzione cioè di nodi drammatici: si poteva andare avanti all'infinito in un racconto storico senza termine.
Detto questo ci domandiamo: è bello? Sì, è molto bello, bellissimo nel suo genere

Ciò che lo rende bello è l'enorme capacità di sintesi del poeta che si esprime raccontando per successivi episodi: ogni episodio è un quadretto, compiuto, perfetto, finito, a sé stante. Episodi staccati uno dall'altro e giustapposti uno di seguito all'altro, ma legati tra loro da un filo narrativo unitario e consequenziale. Fumetti, galleria di quadri posti in fila l'uno con l'altro, stazioni di una via crucis o di un arazzo, lunga serie di pannelli dipinti d'un carretto siciliano...
Va da sé che le tre famose unità (di tempo, di luogo, di azione) qui sono mirabilmente negate, con gran soddisfazione per lo spettatore e il lettore, perché l'estrema varietà dei quadri successivi rappresenta un po' la peculiarità di questo spettacolo, la sua chiave narrativa.
Un unico personaggio fa da filo conduttore, sempre presente, anche quando è assente, e anche dopo la sua morte: il duca di Guisa, il perfido, il vilain, il carnefice. Ed è l'unico al quale il poeta dedichi un minimo di approfondimento psicologico, con un lungo monologo interiore, una sorta di autoconfessione politica e morale, tale da renderlo abbietto

La storia è una lunga cronaca di fatti che si susseguono con ritmo incalzante in sintesi drammatiche velocissime.
Carlo Valois re di Francia, inviso alla propria madre Caterina de' Medici, legata al partito di Guisa, si imparenta con il re di Navarra, dandogli in moglie una propria sorella. Alla cerimonia, il partito del re esprime preoccupazione per la politica del duca di Guisa "che vuole uccidere tutti i protestanti e il papa approva tutto quello che fa Guisa, sia omicidio, delitto o tirannia". Guisa, contrario a quel matrimonio, incontra uno speziale a cui ha fatto preparare un paio di guanti avvelenati che manda in regalo alla madre del re di Navarra, la quale, odorandoli, muore intossicata. E dà anche incarico di uccidere un ammiraglio amico del re.
C'è quindi il suo lungo monologo di approfondimento psicologico nel quale abbiamo un Guisa ambizioso, amante del rischio, proteso a raggiungere l'impossibile: "solo il rischio può renderci felici... fatemi risalire le alte Piramidi, mettete in cima la corona di Francia: io con queste unghie la raderò a terra... per questo, testa, cuore, mano e spada tremano e intrigano...". Guisa conosce debolezza e limiti del suo legittimo sovrano e sa d'essere spalleggiato dalla regina madre, Caterina: "al molle re sfrenato nei piaceri, non resta ormai che il solo titolo: io agisco, ma il biasimo colpisce lui". E usa la guerra panerai replica di religione, contro i protestanti, difesi dal re, per combattere il re stesso, facendosi finanziare, con la scusa appunto della guerra di religione, dal papa e dalla Spagna.
Guisa prepara la strage dei protestanti; Carlo prova ad opporsi ma poi cede al Guisa e alla madre e avalla i loro progetti. Inizia la strage, al suono delle campane i fedeli di Guisa scendono per le strade e cominciano a sgozzare i loro nemici. Successive "scenette" della mattanza con numerose uccisioni in scena.
Gli elettori polacchi offrono la corona di Polonia a Enrico fratello di Carlo, il quale accetta. Muore re Carlo: la madre Caterina, che dei figli dice che "loro hanno la corona, ma io governo e se si impennano li tolgo di mezzo..." manda a richiamare Enrico dalla Polonia poiché a lui va il titolo di re di Francia. Enrico ha tendenze omosessuali e si circonda (come poi vedremo analogamente nell'Edoardo II) dei suoi favoriti, i cosiddetti "mignoni", uno dei quali è l'amante della moglie di Guisa. Preda ambita costui per il Guisa che facendolo assassinare vendica il proprio onore e nel contempo ferisce re Enrico nei suoi affetti.
Guisa si prepara a sferrare l'attacco finale contro la corona e arruola un esercito. "Sciogli il tuo esercito o faccio proclamare in tutta la Francia che sei un traditore..." lo minaccia il re. Ma Guisa persiste, fingendo tuttavia obbedienza. A questo punto Enrico e Navarra, insieme, combinano che Guisa sia soppresso perché è chiaro ormai che "quel Guisa odioso sarà la rovina del rinomato regno di Francia: la sua ambizione mira alla corona e con la scusa della religione apre le porte al papa e ai papalini e lega il regno, mani e piedi, a Roma...". E finalmente Guisa viene ucciso ("che rabbia essere ucciso da semplici plebei!" grida l'ambizioso duca soccombendo ai suoi sicari). Di fronte al cadavere del suo nemico, Enrico si compiace: "dolce spettacolo che mi ristora l'anima" e incrudelisce contro il figlio: "chiamate il figlio, che veda suo padre morto!" al quale figlio dovrà "tagliargli le ali, finché c'è tempo...". Attacca poi i due potenti fratelli del Guisa, uno cardinale e uno nobile e ambizioso: "Ma a che mi serve che Guisa sia morto se è vivo suo fratello Mayenne e quel superbo giovane cardinale? ...quei due valgono quanto un intero Guisa, specie in combutta con la mia vecchia madre...!". Enrico fa ancora in tempo ad uccidere il cardinale, ma è a sua volta ucciso da un frate sicario mandatogli da . Morendo Enrico trasmette la propria corona a Navarra, della famiglia dei Borboni, e invita chi lo circonda a non piangere, ma piuttosto a vendicarlo "affilando la spada sulle ossa di Sisto" (Sisto V, l'odiato papa suo nemico e sostenitore di Guisa).

Questo è La strage di Parigi: una cronaca in forma drammatica di avvenimenti storici rolex falsi perfettamente affrescati e sintetizzati (Wilcock scrive: "una specie di presentazione giornalistica di avvenimenti di politica estera"). Non è un dramma vero e proprio, certamente, tuttavia è una rappresentazione teatrale che ti afferra alla gola e non ti abbandona sino al termine. E anche questo è un modo di far teatro.
Recentemente un attore-regista di nome Marco Paolini ha portato in scena un'inchiesta sulla tragedia del Vajont. Marlowe rappresenta, con decine di personaggi e scene diverse. Paolini invece racconta e basta, con un lungo monologo Sono cose diverse, eppure si assomigliano: qualcosa che possiamo chiamare teatro-inchiesta o teatro-verità o teatro-racconto.
È un modo di far spettacolo. Affascinante.

Santa Maria Maggiore, 2/2/02


 
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