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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
CHRISTOPHER MARLOWE
La tragedia di Didone, regina di Cartagine
A cura di J. Rodolfo Wilcock, pp. 60, Adelphi, Milano, 1966/2002.

Marlowe (1564-1593) era uomo colto, di cultura classica. Conosceva a fondo il latino e, giovanissimo, traduceva Ovidio e Lucano. La tragedia di Didone è probabile appartenga ai primi anni della sua breve carriera teatrale, forse agli anni ancora in cui era studente a Cambridge. Fu più volte rimaneggiata ed ebbe la sua prima edizione a stampa solo nel '94, un anno dopo la morte del poeta. omega replica
È un testo breve, essenziale, un po' affrettato, dal contenuto tratto interamente dall'Eneide. Una tragedia "tutta tragedia": non ci sono parti comiche, storie collaterali, personaggi di riempimento. Abile, il poeta, ad aver sceneggiato e drammatizzato in maniera plausibile, e rappresentabile, la vecchia storia d'Enea che naufragato a Cartagine si lega d'amore con Didone e deve poi abbandonarla per realizzare il suo destino di fondatore di Roma, come voluto dagli dei.

È un'opera di carattere letterario, dal sapore un po' scolastico, dove fatti e personaggi sono tagliati in modo spigoloso, ove ciascuno interpreta "in economia" il ruolo che la storia virgiliana gli assegna, come è necessario affinché la trama corra sul canovaccio dell'Eneide, senza una partecipazione emotiva del poeta Marlowe.
Il mito d'Enea e Didone è rivissuto, è riscritto, ma non è ricreato. Salvo Didone, che un qualche spessore umano riesce infine ad averlo, gli altri personaggi sono figure retoriche che recitano il ruolo assegnato dal mito, senza affatto rinascere alla luce della poesia.
Anche Enea è letterario, non drammatico, e il suo tormento pare un atto dovuto, più che il tormento d'un uomo realmente stretto fra due opposte passioni. Come lo manifesta, Marlowe, il tormento d'Enea? Semplicemente con l'alternanza: parto... non parto, parto... non parto. Tutto qui. Un po' poco, cioè, per un dramma il cui itinerario emotivo era interamente tracciato da un altro poeta: si trattava, per il drammaturgo, di dare colore, sangue, lacrime, a una situazione letteraria preesistente. Il che non avviene. Il personaggio di Enea è freddo: "Lasciarla senza prendere commiato sarebbe infrangere ogni legge d'amore... non posso essere schiavo di una donna... oh tu, padrona delle nostre vite, mi punisca la morte se mai ti lascio... dal cuore no, non mi va di partire, eppure debbo"... Ed è, tutto sommato, meschino, nel senso che il miglior argomento che sa trovare per giustificare il suo atto è l'alibi della volontà esterna degli dei, non il proprio senso del dovere, non la propria volontà, non la grandezza del proprio animo, non l'impeto dei possenti disegni del destino, partecipati, sentiti, seguiti con passione: "...gli dei, il cielo e la terra lo sanno se mi dispiace di lasciare la Libia, ma è Giove eterno che me l'ha ordinato... Giove immortale mi ordina di partire da questi luoghi per andare in Italia, dunque sono costretto...".
Un esecutore d'ordini, l'Enea di Marlowe, che non sa commuoverci, non ci dà un brivido, un'emozione, non muove un sentimento...

Convince di più il personaggio Didone, alla cui costruzione Marlowe ha lavorato con più cuore e
- certamente - con la sua straordinaria capacità di magniloquenza che se da un lato può evocare la retorica, dall'altro ha pur sempre il fascino della grandezza. Didone ama l'uomo Enea nella sua persona, ma lo ama anche, lo comprende, nella sua complessità: l'uomo e il suo destino, l'uomo e i suoi doveri che Didone non dimentica e fa propri: "Fà, caro, la tua Italia nelle mie braccia... prendi questa fede con cui mi fece sposa mio marito e sii, per grazia mia, re di Libia...". La Didone di Marlowe ha più umanità della Didone di Virgilio, è un personaggio più dolce, più femminile, più approfondito nei chiaroscuri dell'anima, più amato dal poeta e più capito nel suo tormento di donna innamorata, resa egoista dall'amore, ma non così egoista da non capire le ragioni dell'amante. Didone offre delle soluzioni, tenta il tutto per tutto, propone delle alternative ragionevoli, purché Enea non parta. Ed è, Didone, un personaggio fortemente drammatico, che passa, negli impeti e nei momenti dell'amore e della disperazione, da atteggiamenti di profonda femminile tenerezza a attacchi di furia, d  di feroce volontà di vendetta. "Se non mi lascia non morirò mai, perché in lui vedo la mia eternità e con un bacio mi farà immortale..." dice Didone in un momento di dolcezza e, trasformata sulle ali dell'amore sogna come una fanciulla affascinata: "...oh fosse qui la nuvola che ti nascose, per starci dentro noi due indisturbati... per invidia di noi sbianca il cielo e quando mormoriamo, le stelle cadono per bere il miele dei nostri discorsi...". Ed è la stessa donna che quando scopre la fuga dell'amato verso la flotta, si trasforma in una erinni assetata di vendetta e sfoga la sua furia immaginaria contro le navi, le vele, il mare, Enea: "quelle vele... con le mie mani vi taglierò a pezzi, sarete fruste per punire i mozzi...". Enea, nell'ira di Didone, è una "serpe arrivata strisciando sulla spiaggia, che per pietà raccolsi nel mio seno" e che ora "osa fischiare a chi le chiede asilo".
E ondeggia, tumultuosamente, Didone, tra odio e amore: si augura che l'amante perisca tra le onde del mare e rimpiange, tra le lacrime, di non aver avuto un figlio da lui nel quale ritrovare i tratti dell'uomo amato. Invoca di trasformarsi in Icaro per volare con ali di cera finché le sciolga il sole e la faccia precipitare fra le braccia d'Enea, e si rivolge poi alla sorella: "trovami l'arpa di Arione - oh Anna - per richiamare sulla spiaggia un delfino che mi porti a cavallo fino al mio amore...!".
Sì: la Didone di Marlowe offre momenti di poesia: è l'unico personaggio  della tragedia che il poeta abbia saputo e potuto ricreare con toni propri, e adeguati, reinventandolo rispetto al disegno già tracciato da Virgilio.


Passeranno due secoli e il teatro ci offrirà un'altra Didone, quella di Metastasio, un intenso intreccio musicale e va riconosciuto, una costruzione drammatica più completa e più articolata, più ampia, soprattutto nei personaggi collaterali, che in Metastasio vivono di una vita propria, fortemente caratterizzati.
Sia l'una che l'altra, purtroppo, sono tenute lontane dalle scene: per cui non resta che scoprirsele alla lettura.

Sestri Levante, 30/8/02

 
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