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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
JOHN MARSTON
Il malcontento
Sta in Teatro Elisabettiano, traduzione di Giorgio Melchiori, pp. 90, Sansoni, Firenze, 1948/88.

Marston (1576-1634) è contemporaneo di Shakespeare. Apparteneva a una buona famiglia e fu avviato agli studi legali a Oxford. Era colto, conosceva bene il latino e di citazioni colte infarcì molti suoi lavori. Prima di darsi al teatro scrisse alcuni poemetti di tipo ovidiano, del genere Venus and Adonis (1593) di Shakespeare. Fu amico e rivale di Ben Jonson con cui a lungo si azzuffò (letterariamente...) tra polemiche e satire pungenti. Al teatro si dedicò sia lavorando a più mani, con Jonson appunto e con Chapman, sia da solo, lasciandoci un esiguo numero di commedie e di tragicommedie, tra cui The Malcontent, dei suoi lavori il più noto. Nel 1609 cambiò vita, si fece prete e si ritirò dalle scene. Alla sua morte fu celebrato come predicatore, non come drammaturgo.

Nelle storie letterarie Il malcontento è definito tragicommedia, anzi, la prima delle tragicommedie, quella che poi creò una moda. Significa, tragicommedia, toni leggeri, caricaturali, ridanciani, a volte farseschi, su contenuti seriosi. Nel caso de Il malcontento l'elemento "tragico" è rappresentato da una cinica sfiducia in tutto il genere umano: sgualdrine e infedeli le donne, furfanti gli uomini, biechi e spregiudicati i governanti. In realtà ne Il malcontento i toni da commedia prevalgono decisamente su quelli da tragedia e per quanto si ordiscano assassinii a profusione, di fatto non uno va a termine e la storia è tutta a lieto fine, con gran perdono conclusivo.

La vicenda è ambientata a Genova, in un immaginario ducato nelle mani d'un duca Pietro, il quale ha usurpato il trono al precedente duca Altofronto, in virtù dell'appoggio ricevuto dai propri suoceri, i Medici di Firenze. Il duca spodestato è stato bandito, mentre la moglie Maria è rimasta a Genova in una sorta di prigionia. Questi gli antefatti.
Altofronto però non è andato in esilio, come tutti credono. È rimasto in città sotto mentite spoglie. Chiamato Malcontento si aggira nel ducato e a corte impersonando il ruolo di uno sfrontato misantropo che si permette il lusso di cantarle in faccia a tutti, duca Pietro compreso. Essendo l'unico che non nasconde quello che realmente pensa, dice la verità, non adula, non dissimula, per quanto sia un personaggio molto scomodo è alla fine bene accetto a corte e poiché è ritenuto un balordo ciarliero, ma inoffensivo, riesce a intrufolarsi dappertutto e a scoprire le tresche d'ognuno. "Il suo maggior diletto – si dice di lui – è quello di procurare molestie agli altri, di affliggere tutti in quello in cui più si affliggono, di soffiare su ognuno..." (I, 2/3). "Questo travestimento mi permette ciò che di rado giunge alle orecchie dei sovrani: la libertà di parola..." dice di sé Malcontento e ne fa uso a profusione colpendo chiunque gli capiti a tiro. Per vendicarsi dunque del duca Pietro che gli ha usurpato il trono ecco che gli getta in faccia quanto lui ignora: "Duca tu sei un becco e un cornuto ed è Mendoza l'uomo che fa di te un animale cornifero...". Il povero duca Pietro è profondamente innamorato della propria moglie Aurelia, figlia del potente granduca di Firenze, e la scoperta della di lei infedeltà lo getta nello sgomento più nero. Mendoza è un furfante, tutto e solo furfante, senza chiaroscuri, un cortigiano potente e arrivista che ha una tresca con Aurelia, moglie del duca, e ambizioni sfrenate di carriera. Attaccato dal duca, non solo riesce, Mendoza, a far credere al povero cornuto che non è vero che lui è l'amante della moglie, ma anzi riesce a guadagnarsene tutta l'amicizia e la fiducia incolpando un suo rivale che stava per soppiantarlo nelle simpatie della duchessa. Non basta: riesce persino a farsi nominare successore al trono. A questo punto Mendoza ordisce un piano abbietto e ambizioso. Quello di far assassinare il duca Pietro, con la complicità della duchessa, per liberarsi poi della duchessa stessa condannandola a morte per adulterio (fingendo che l'adulterio fosse con altri, non con sé...), prendersi lui la corona del ducato e infine, per garantirsi da ogni opposizione, sposarsi la ex duchessa Maria, la moglie cioè del duca precedente, quello spodestato da Pietro e oggi travestito da Malcontento. Tutto andrebbe liscio se non fosse che per compiere questi misfatti Mendoza si appoggia proprio a Malcontento. Il quale finge di stare al gioco...: simula l'assassinio del duca Pietro e lascia che Mendoza si impadronisca della corona e tenti di sposare Maria, la propria moglie. Ma Maria è virtuosa. Ama il marito, creduto scomparso da più di un anno, e non cede alla lusinga del perfido Mendoza, nemmeno sotto minaccia di tortura e di morte. Gran stupore di Malcontento, il marito, il quale è costretto ad ammettere "di aver trovato una donna onesta: anche fra le donne, come in tutte le altre cose, ve n'è qualcuna buona...!" (V, 2). Il gran finale con la resa dei conti, come spesso nei drammi elisabettiani, è demandato a un "masque": una rappresentazione teatrale celebrativa. Mendoza la chiede per festeggiare la raggiunta corona di duca. Attori del masque sono, tra gli altri, i due duchi, Malcontento (creduto in esilio) e Pietro (creduto ucciso), entrambi sotto mentite spoglie e ora alleati tra loro contro il comune nemico Mendoza. Durante la danza ciascuno dei due rivela la propria identità alla relativa sposa, Maria, la fedelissima, e Aurelia, l'infedele ora pentita. E finalmente i due duchi gettano sulla scena i travestimenti e smascherano Mendoza. Altofronto, l'ex Malcontento, riprende sia il trono che la virtuosa moglie e il dramma si conclude con il perdono per Mendoza e per chi lo aveva appoggiato.

Non è, Il Malcontento, un dramma particolarmente bello e non è certo iridium chloride un creatore di caratteri, salvo la figura di Malcontento, l'unica che spicca per temperamento e che riesce, là dove dà libero sfogo a cinismo, misantropia, sconsolata sfiducia in tutto il genere umano, a costruire un personaggio di un certo rilievo drammatico.

Ciò che la rende letterariamente e storicamente interessante è che la figura di Malcontento ricorda da vicino due personaggi shakespeariani (di ben altra statura poetica, ovviamente...): Timone d'Atene e il duca di Vienna di Misura per Misura. Il duca di Vienna, nel suo ruolo di sovrano che osserva e giudica i propri cortigiani sotto mentite spoglie e Timone nel feroce atteggiamento di critica cinica, misantropa, devastante, sfiduciata, rabbiosa, verso il mondo intero. Il Malcontento è del 1603, Misura per Misura forse è dello stesso anno o del successivo e Timone è sicuramente posteriore (1604-1610).

Non ci sono prove che Shakespeare si sia ispirato a Marston, ma anche solo il sospetto, legittimo, è sufficiente a rendere immortale il personaggio di Malcontento.

Sestri Levante, 16/8/02

 
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