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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
THOMAS MIDDLETON
Donne attente alle donne (Women beware women)
Traduzione di Luca Fontana, prefazione di Ronnie Mulryne. pp. 136, Edizioni del Teatro di Genova, Genova, 1981.
Un po' tragedia, un po' commedia, un po' farsa. Con due trame del tutto diverse tra loro che però si intrecciano perfettamente e confluiscono in un finale unico.
Prima trama: una bella ragazza ventenne, veneziana, Bianca Capello, di buona famiglia, si innamora di un modesto mercante fiorentino, Leanzio. Fugge di casa con lui, lo sposa e vanno insieme a vivere a Firenze, ove lui, geloso, la tiene nascosta in casa, con la propria madre vedova. Il duca di Firenze la intravede alla finestra di casa e se ne innamora. Con l'aiuto di una gentildonna abile ruffiana (Livia) la incontra e ne fa la propria amante. Tacita il marito di lei conferendogli un titolo di capitano e qualche vantaggio. Questi, avvilito, frustrato, rimasto senza donna, diventa l'amante mantenuto di una ricca gentildonna avanti in età che è proprio quella Livia ruffiana che gli ha portato via la moglie per gettarla nelle braccia del duca. La relazione tra Leanzio e Livia - inaccettabile sul piano sociale - non è gradita al duca, il quale ne informa un fratello della gentildonna, Ippolito, affinché lui vendichi l'onore della sorella. Ippolito uccide dunque Leanzio: Bianca Capello è così vedova e il duca può a questo punto sposarla e tacitare le accuse di immoralità e gli anatemi del fratello cardinale. Ma Livia, privata del suo amante, giura vendetta. Al matrimonio fra il duca e Bianca, durante la messa in scena d'una rappresentazione teatrale (il teatro nel teatro, come in Amleto, in Spanish Tragedy...) Livia si vendica ed è ecatombe finale.
La seconda trama si lega alla prima mediante un anello di congiunzione che passa attraverso la gentildonna Livia, il fratello Ippolito e un terzo loro fratello di nome Fabrizio. Questo Fabrizio ha una giovane figlia, Isabella. Di lei è innamorato proprio quell'Ippolito che, abbiamo visto, sarà l'uccisore di Leanzio. Ma Ippolito è zio di Isabella perché è fratello del padre di lei, Fabrizio. Un amore quindi incestuoso, moralmente e socialmente inaccettabile.
Il padre Fabrizio, che ovviamente ignora l'incesto, sta maneggiando per dare in sposa la figliola a un giovanotto semideficiente di nome Pupillo, molto ricco, affidato a un tutore di nome Guardiano. La ragazza, bella, sveglia e intelligente, non vorrebbe certo sposare Pupillo. Ma, guidata dalla zia Livia che ha scoperto la trama incestuosa fra la nipotina ed il proprio fratello, accetta il matrimonio per usarlo (e la stupidità di Pupillo sarebbe proprio il cacio sui maccheroni) come copertura sociale per intrattenere la relazione con lo zio. Isabella tuttavia ha qualche scrupolo morale nei confronti dell'incesto con lo zio Ippolito. Provvede zia Livia a farglielo superare rivelandole che in realtà lei non è figlia del proprio padre, ma è il frutto adulterino d'una relazione che la madre aveva avuto in gioventù. Quindi non è consanguinea dello zio Ippolito. Scoperto questo (e non sapremo mai, noi spettatori, se è vero o no) zio e nipote finiscono subito a letto insieme, con gran gioia loro e di zia Livia animata da una sincera vocazione al ruolo di ruffiana. Il dramma diventa tragedia con l'uccisione di Leanzio da parte di Ippolito. Livia, abbiamo visto, giura vendetta. Smentisce ai due la rivelazione di non consanguineità e rivela pubblicamente la loro relazione incestuosa frattanto aggravata dal fatto che Isabella è pure rimasta incinta. A questo punto anche Guardiano e Pupillo dovranno vendicarsi: si stava offrendo loro in sposa merce avariata. E arriviamo di nuovo al termine del dramma, con le due trame che confluiscono nell'ecatombe finale. Livia finge di riconciliarsi col fratello Ippolito e con la nipote Isabella e, complice Guardiano, propone loro un lavoro teatrale in onore delle nozze del duca. Durante lo spettacolo, nelle loro intenzioni Ippolito dovrà cadere in una botola manovrata da Guardiano e finire infilzato su una spada. Le cose andranno un po' diversamente: infilzato nella botola sarà invece Guardiano. Moriranno comunque tutti. Isabella uccisa dalla zia Livia con una finzione scenica che invece non è finzione (un po' come Cavarodossi nella Tosca di Illica e Puccini). Zia Livia soffoca, sempre per una finzione scenica, avvelenata da un fumo mortale preparato a bella posta per lei dalla nipote Isabella. Zio Ippolito muore infilzato da frecce vere di finti Cupidi. Bianca, spettatrice alla rappresentazione messa in scena per le sue nozze, avvelena involontariamente il duca appena sposato: muore il duca e subito dopo muore lei bevendo alla stessa coppa.
Praticamente sopravvivono solo lo stupido Pupillo e il cardinale, fratello del duca. Ed è lui a recitare i tre versi finali che rappresentano un po' la morale del dramma: "Non siedono due re su un solo trono: per uno la corona sarà indegna e non v'è re là dove lussuria regna" ove l'essere assisi sullo stesso trono è metafora per dire che due uomini (uno è Leanzio e l'altro è il duca) non possono andare a letto con la stessa donna. Perché è peccaminoso e indegno.

Un po' complessa, apparentemente, la duplice trama, ma in realtà ben congegnata con continui passaggi dall'una all'altra. Figure tragiche un po' tutte salvo Pupillo, il suo servo-consigliere, e Fabrizio, padre di Isabella, che sono invece tipiche figure da commedia e in certi momenti da farsa.
Bello questo dramma? No, non è bello. Se fosse un film di oggi lo definiremmo di serie B e scritto per far cassetta. Successo di pubblico cioè, non di critica.
Siamo nel 1621 quando va in scena per la prima volta. Middleton è un autore di successo, molto prolifico. Abile nel cucire lavori teatrali che piacciono ai suoi spettatori, di bocca buona. Si ispira, per la storia di Bianca Capello, a un paio di novelle italiane (la nº 84 e la nº 85) di un tale Celio Malespini (Venezia 1531-1609) che è un Bandello in tono minore, oggi sconosciuto. Mentre per la storia di Ippolito innamorato della nipote la fonte è un racconto francese pubblicato nel 1597. Il dramma nasce quindi dalla "contaminatio" fra le due fonti, entrambe di contenuto drammatico e "noir". Il titolo, che vorrebbe dire "donne, fate attenzione alle donne perché sono tutte delle gran carogne", torna nei versi finali di chiusura quando Bianca sta morendo avvelenata e capisce che dietro a tutto c'è sia la vendetta di Livia, sia la propria colpa: "...ora so cos'è quel matrimonio infranto, ora che mi spezza il cuore. Oh che mortali intrighi tessono le donne alle donne, senza pietà per l'anima e l'onor e...".
Tra tutti i personaggi, quello meglio riuscito drammaticamente è la "zia" Livia. Middleton è giudicato dalla critica un abile e profondo conoscitore della psicologia femminile ed effettivamente tutte le donne del dramma sono ben scolpite. Tutte. Bianca è presentata da Leanzio alla propria vecchia madre: "È il mio capolavoro, eccola! Guardale quel viso, è tutta la sua dote...". Nel senso che avendola - lui povero - rapita alla famiglia di lei, Bianca è senza dote materiale. Ma i due si amano e questo basta loro: "Ho lasciato amici, ricchezze, la mia casa: eppure ogni momento ne gioisco..." dice la giovane nuora alla vecchia suocera, perplessa ("...come farai a darle quanto è giusto, a mantenerla come le spetta per nascita e virtù?..."). Ha vent'anni: credibile che perda la testa per un bel giovanotto. Altrettanto credibile che dopo soli dieci giorni di matrimonio ceda alle lusinghe del duca ("la fortunata che a un duca è favorita si appoggia ad un albero che ha per frutti tutti i desideri delle donne..."). Né potrebbe farne a meno. Il duca è davvero il duca di Firenze e ne è monarca assoluto. Subito, al primo furtivo incontro, cui è costretta con l'inganno, ci va a letto insieme. La prima reazione è psicologicamente molto credibile. Odio per la ruffiana che l'ha intrappolata ("in eterno maledico quel tuo mellifluo tradimento, sotto il bel velo d'amicizia") e disprezzo per se stessa ("sono sfrontata ormai: con l'inganno abbiamo fatto conoscenza io e il peccato"). Ma poi ci prende gusto e subito dimentica il marito, i romantici due cuori e una capanna, e torna ad apprezzare gli agi: "un cuscino di seta ricamata, qualche bel pizzo appeso al letto, un flaconcino di profumo e oro e argento... tutte cose che ogni donna della mia classe esige, ovunque dorma...". Ha ragione Livia, la ruffiana che la butta nelle braccia del duca, che, alla prima reazione di Bianca, indignata per l'inganno, fa una sua diagnosi che poi i fatti confermeranno appieno: "un po' di nausea per l'onore perduto: passerà! Un po' d'amaro all'inizio: ma non dura! È assenzio il primo sorso del peccato: bevine ancora ed è un nettare pregiato!".
Tra le donne del dramma è proprio questa Livia il capolavoro di Middleton. Intelligente, cinica, abilissima, amorale, ruffiana per vocazione innata, grande dissimulatrice, tenace e spietata. È lei che butta la giovane propria nipote Isabella nelle braccia dello zio Ippolito, suo fratello. Livia è vedova, è ricca, è altolocata, ha una posizione di rilievo presso la corte del duca. Si realizza (così si direbbe oggi) in intrighi e intrattenimenti di società ed ha rinunciato all'amore. Ma all'improvviso si incapriccia di Leanzio (il marito di Bianca, cui lei stessa con le sue arti di ruffiana ha rubato la giovane moglie) e letteralmente se lo compra. Usa la diplomazia quando fa la ruffiana per altri, ma non conosce mezzi termini e va dritta allo scopo quando fa la ruffiana per se stessa: "Vieni, vedrai quanto son ricca: prendi quel che vuoi! E più sei ardente, più mi fai contenta. Ti concedo un paggio, un maggiordomo, cavalli da corsa... ma per me sola sia il tuo cuore e mio rimanga a lungo...". Sa prendersi ciò che vuole e sa vendicarsi con inaudita ferocia, e con dissimulata diplomazia, di chiunque glie lo tolga, sia pure un fratello. "Che la peste ti colga furtiva alle budella, una peste segreta e tremenda e ti possano ferite incogliere addosso, mortali come mortali sono i tuoi peccati..." grida al fratello Ippolito, l'uccisore del suo amante. Persino Lady Macbeth, a petto di Livia, è un agnello. Perché la dark lady per antonomasia del teatro elisabettiano è sì spietata, ma per ambizione, non per odio... Lucidissima, fredda e determinata nel suo odio, Livia subito fingerà di pentirsi delle pubbliche minacce di vendetta "travestirà il suo sdegno in un sorriso" e, riacquistata la fiducia di nipote e fratello, preparerà la sua agghiacciante vendetta con feroce ipocrisia.
Decisamente coerenti e ben costruite anche le altre donne del dramma. Così la giovane, intelligente e spregiudicata Isabella, che, quando scopre (o crede di scoprire) che Ippolito non è suo consanguineo e quindi può amarlo, subito sa inventarsi un piano d'azione che è tecnicamente un capolavoro. Sposerà il più scemo degli scemi ("e se mio padre me ne trova un altro più cretino - ma è difficile - sposerò anche quello...") in modo da aver carta bianca nella sua relazione sentimentale con lo zio. In più avrà obbedito al padre, quindi sarà virtuosa, e avrà sposato un uomo ricco, quindi sarà ricca...
Così la vecchia madre di Leanzio, una bonaria popolana dotata di buon senso (sbaglia il figlio a sposare una donna socialmente tanto più su di lui senza aver come offrirle gli agi cui lei è abituata) che, quando un messaggero del duca viene a invitare a pranzo a palazzo la giovane nuora, non capisce cosa c'è sotto, si mette il suo vestito migliore e tutta allegra si prepara a seguire la nuora che va verso la perdizione: "io obbedisco al duca e mi gusto un buon banchetto: vado su in camera a prendermi due fazzoletti per portarmi via qualche dolcetto e ti raggiungo subito!".
Meno convincenti, tutte meno convincenti, sono invece le figure maschili. I maschi non sono i protagonisti di questo dramma, dominato dalle figure femminili, le quali guidano la storia dall'inizio alla fine.
L'unico maschio che spicca è Pupillo, lo stupidello che dovrebbe sposare Isabella perché così vuole il suo tutore Guardiano. Spicca come figura comica da farsa. Farsa smaccata, da avanspettacolo (si direbbe oggi) con battute oscene e il classico ruolo dello scemo della commedia, sbeffeggiato da tutti, anche dal suo servo. La sua promessa sposa è già incinta del proprio zio e lui fa il sofistico e pretende di esaminarla da intenditore prima di decidere se prendersela in moglie. Dove esaminarla significa ad esempio verificare se ha tutti i denti in bocca. Ma per vederglieli bisogna farla ridere, in modo appunto che apra la bocca... Come fare per farla ridere? "Basta che tu parli e vedrai che ride..." lo sbeffeggia il servo. Poi bisogna capirla questa sposa, saperne i gusti, gli interessi... "Sai giocare a palla? - chiede - Le palle le sai prendere?" "Oh sì - risponde lei - una volta ne ho prese due, qui in grembo!". E quando, goffamente, si fa avanti e la bacia "oh, che squisitissimo profumo - esclama -: l'ho baciata ed è stato come entrare in una pasticceria, così per caso...". Povero Pupillo: la sua pasticceria morirà in scena nell'ecatombe finale, insieme a tutti gli altri. Ed anche quest'ecatombe gli passerà addosso senza che lui capisca né il come né il perché. Aveva un importante compito anche lui nella vendetta finale, macchinata da Livia e dal suo, Guardiano. Doveva aprire la fatale botola ad un segnale di Guardiano, in modo che ci cadesse dentro il suo rivale Ippolito, quello che gli aveva messo incinta la fidanzata. Ma Pupillo non ne fa una giusta: apre la botola al momento sbagliato e chi ci cade dentro non è Ippolito, ma è proprio il suo tutore, il suo Guardiano...

Dramma di spietata vendetta, con sette morti in scena.
Ed ecco la tragedia.
Intreccio di matrimoni fatti, disfatti, combinati.
Ed ecco la commedia.
Lo scemo in scena, che quando apre bocca fa sghignazzare la platea.
Ed ecco la farsa.
Non sarà certo stato un poeta, questo Middleton, ma uomo di teatro lo era, eccome. Tant'è vero che, dicono le cronache, fu il primo autore nella storia del teatro inglese che tenne scena con una commedia per nove giorni consecutivi. Un trionfo, per quell'epoca, un primato. E fu uno dei pochi che morì benestante. Grazie ai diritti d'autore.
 
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