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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
CYRIL TOURNEUR
La tragedia dell'ateo
Sta in Teatro Elisabettiano, traduzione di Ottiero Ottieni, pp. 87, Sansoni, Firenze, 1948/1988.

Fra i drammaturghi elisabettiani Tourneur è uno dei più sconosciuti. Si sa veramente poco di lui e di quel poco si deve dubitare, con una serie di forse. Pare sia nato nel 1575 e sia morto nel 1626: è di dieci anni quindi posteriore a Shakespeare. Avrebbe scritto alcune liriche di circostanza e un paio di tragedie, a noi arrivate: La tragedia del vendicatore del (pare) 1607 e La tragedia dell'ateo del (pare) 1611, entrambe in versi. Rientrano tutte e due nel filone delle tragedie di vendetta, tipo Ma la seconda, La tragedia dell'ateo, presenta alcune caratteristiche decisamente peculiari.
Pur essendo appunto di vendetta, a fosche tinte, con sangue abbondante che scorre in scena, non è ambientata né in Spagna né in Italia, ma in Francia.rolex replica Chi sa perché...
Poi è a lieto fine: i cattivi muoiono, i buoni sopravvivono (e vissero felici e contenti...). Il che non è unico, ma è singolare.
Poi, fatto saliente, è una tragedia di vendetta in cui la vendetta non c'è. C'è tensione in tutta l'opera, in attesa della vendetta appunto, ma, al termine, l'offeso della situazione non si vendica: perdona.
C'è invece una sorta di vendetta che tale non è: è piuttosto una sorta di "Ubris", una punizione divina che cade dal cielo a colpire i malvagi che troppo hanno osato.
Infine l'argomento è sì di vendetta, ma protagonista del racconto è altro: è l'ateismo del personaggio principale, che riempie di sé l'intera vicenda. Ateismo inteso come materialismo: cioè il credo del protagonista è la legge naturale, al di sopra della quale non c'è nulla (e tantomeno Dio). In questo senso (e strana è la coincidenza dell'ambientazione in Francia) il personaggio sembra preludere a quelle forme di illuminismo degenerante che sarebbero arrivate quasi duecento anni dopo in Francia appunto.

Il protagonista, il cattivo, anzi, il cattivissimo della storia, si chiama D'Amville.
Crede nelle leggi della natura le quali vogliono che l'uomo si perpetui nella discendenza al fine di assicurarsi l'unica forma possibile di immortalità. Ma affinché la discendenza possa perpetuarsi, è necessario procurarsi ricchezza, da lasciare appunto in eredità.
"Quanto ai miei figli, mi sono così vicini come i rami all'albero da cui crescono. E come essi aumentano, così dovrebbe aumentare la mia previdenza, giacché dalle mie sostanze essi ricevono la linfa della quale vivono e vigoreggiano". Questo è il suo credo che lo porterà, per garantirsi la sopravvivenza e per arricchirsi, ad ogni genere di delitto. D'Amville è d'una illustre casata, ma è squattrinato. Ha invece un fratello, Montferrers, molto ricco, con un figlio, Charlemont, nobile e generoso, che vorrebbe partir per la guerra ("il mio attaccamento alla guerra è ereditato, come il sangue, da ogni vita d'ogni mio antenato") e che il padre vuole invece trattenere "perché dei miei figli sei il solo rimasto a promettere una successione alla mia casa... ti prego: lo scorrere delle mie lacrime ti distolga dalla guerra...". Ma lo zio D'Amville, cinico e spietato, ha un piano: convince nipote e fratello e fa in modo che il giovane parta per la guerra. Il disegno è che muoia in battaglia in modo da rimanere, lui, l'unico erede del fratello, fargli la pelle e impadronirsi di titoli e sostanze. Ma c'è dell'altro: Charlemont è fidanzato con una deliziosa ragazza, bella e casta che, tanto per non lasciar dubbi sulle sue virtù, si chiama Castabella. All'atto di partir per la guerra, Charlemont e Castabella si promettono eterno amore e ne chiamano a garante un laido individuo, che loro credono un abate stinco di santo, un certo Languebeau, che vive a casa di Castabella col ruolo di consigliere spirituale della famiglia.
Il perfido zio D'Amville ha due figli, il maggiore si chiama Rousard, e il minore Sebastiano, entrambi poveri in canna, come il padre. Rousard, per giunta, è molto malato. Appena Charlemont è partito, zio D'Amville si mette all'opera: "...questa Castabella è una ricca ereditiera: e dal suo matrimonio con il mio figlio maggiore la mia casa si onora e la mia posizione si accresce...". Primo passo del progetto criminale è dunque far sposare Rousard, il figlio malato, con Castabella, assicurandosi così prole in discendenza e ricchezza. Corrompe e convince tutti, sia Languebeau sia il padre di Castabella, il ricco Belforest. "Credetemi, padre, io amo un altro uomo" supplica Castabella. Ma non c'è niente da fare: la obbligano al matrimonio. L'unica sua consolazione è poter dire al marito "la mia natura, Signore, potrà riuscirvi talmente spiacevole che forse maledirete l'ora fatale in cui inconsideratamente mi avrete sposato...". L'unico che grida allo scandalo e definisce con il giusto nome di rapimento le ingiuste nozze è Sebastiano, figlio minore di D'Amville, poco amato dal padre, trasgressivo, in qualche modo leale verso il cugino Charlemont, lontano, in guerra... Alla festa di nozze si compie il secondo passo del progetto criminale di D'Amville. Arriva Borachio, sicario di D'Amville, travestito da soldato reduce dalla guerra, e giura e spergiura, con dovizia di particolari, daver visto morire annegato in un fiume il povero Charlemont. Pianto di Castabella, disperazione di Montferrers, e il vecchio padre che accusa pesantemente il colpo. A questo punto Languebeau lo convince a far testamento a favore del fratello, cioè di D'Amville. E subito, appena il testamento è firmato, D'Amville, con l'aiuto del fido sicario Borachio, uccide il ricco fratello, il povero Montferrers, simulando una disgrazia con tanta abilità da poter poi gioiosamente vantarsi d'aver compiuto "il più bell'assassinio mai partorito da cervello umano".
I giochi così son fatti: D'Amville eredita, il figlio ha sposato una donna giovane e ricca, non resta che aspettare che questa partorisca un bambino ed ecco raggiunto lo scopo, la continuità del sangue e la ricchezza per assicurarne il futuro. Ma...
Il "ma" è dato dalle condizioni di salute di Rousard, il figlio di D'Amville. Malato, debole, smidollato, sposando Castabella ha preso il posto di Charlemont solo sulla carta, non nel letto coniugale. Non ne ha la forza. Il matrimonio va in bianco, e non se ne fa mistero... E intanto Charlemont al fronte riceve la visita del fantasma del padre che gli dice di tornare in Francia perché "il tuo vecchio padre è morto e tu sei diseredato da un delitto". Come nella scena famosa d'Amleto, salvo che qui il fantasma non solo non chiede vendetta, ma anzi invita cristianamente a non farla: "...attendi con pazienza l'esito delle cose, ma lascia la vendetta al Re dei Re!...". Charlemont torna proprio mentre a casa con gran pompa e gran ipocrisia si stanno celebrando la sua propria cerimonia funebre (ricordiamo che lo si era dato per morto in guerra) e il funerale del padre. E arrivando trova Castabella in lacrime sul monumento funebre di se stesso: "La mia Castabella piangente sopra la mia tomba? Dolce Castabella, alzati, non sono morto!". Incredulità, commozione, abbracci. E poi la verità: Castabella è sposata. Rabbia, sgomento e infine consolazione scoprendo che sì è sposata, ma perché l'hanno obbligata e che sì è sposata, ma il matrimonio in realtà non s'è consumato.
I guai di Charlemont però non sono affatto finiti: col pretesto di un debito, lo zio D'Amville lo fa arrestare e imprigionare. Fortunosamente (è il cugino Sebastiano ad aiutarlo) Charlemont riesce a pagare i suoi debiti e ad uscire di carcere. Rivedendoselo libero, lo zio cambia tattica: offre protezione a Charlemont, ma intanto incarica Borachio di ucciderlo: "una volta fatto, tu puoi ritirarti sicuro: il luogo è solitario e la sua morte si imputerà ad una aggressione di ladri...".
E intanto D'Amville medita... Medita sui suoi delitti compiuti con l'unico fine di assicurarsi una discendenza, un nipote cioè, mentre l'impotenza del figlio gli sta facendo naufragare il progetto. È ovvio, ai suoi occhi d'ateo materialista, cosa è necessario fare: sarà lui, lui direttamente, a mettere incinta la nuora. E che la nuora possa non gradire non gli passa neanche per la testa .. Chiama Castabella e chiaro chiaro la invita a compiere con lui il suo dovere coniugale: "Per mia iniziativa venisti forzata a sposare uno incapace di compiere i doveri di marito... ti darò allora io quel piacere che egli non può darti... e così, oltre il pieno compimento dei doveri del tuo inabile marito, avrai la gioia di bambini che continuino la successione del tuo sangue..." "Siete un diavolo o un uomo?" urla Castabella e grida all'incesto. Ma D'Amville non cede: "queste distanze che la parentela rispetta sono vincoli gettati sopra la nostra libertà dai nostri stessi pregiudizi. La natura permette una completa libertà di generare a tutte le creature...!" E nonostante le grida e i pianti di Castabella, otterrebbe sicuramente il suo scopo, violentandola, se in quel momento non arrivasse a sventare l'infamia proprio Charlemont, scampato all'imboscata dopo aver ucciso, difendendosi, il sicario Borachio.

Ci aspetteremmo adesso che D'Amville fosse finalmente smascherato nella sua perfidia e l'onesto Charlemont trionfasse... Ma non avviene affatto questo. Avviene il contrario. Charlemont viene imprigionato e condannato a morte per l'uccisione di Borachio. Non solo. Charlemont, come spesso gli onesti di fronte alla malvagità senza limiti, si arrende. Cede al male. Non si ribella. Non si lamenta. Accetta di morire e anzi non ne vede l'ora. La vita è così sporca che non vale la pena di viverla. Una sorta di Werther ante litteram.
Ma ecco la "Ubris", la vendetta del cielo. Al perfido D'Amville muoiono entrambi i figli: Sebastiano, il buono e ribelle, ucciso, e Rousard, il marito di Castabella, stroncato dal suo malanno. Non bastano a D'Amville le ricchezze accumulate per salvarlo. Non c'è medico al mondo che possa restituirgli il figlio. Il vecchio comincia a dubitare del proprio ateismo, ovvero della propria fede nei meccanismi della natura, gli unici in cui credeva. Aveva tutto costruito per assicurarsi una sicura posterità e invece "tutta la mia posterità in un momento si è estinta. Non un bambinetto è rimasto a succedermi!". Perché? Perché, si domanda, gridando contro il cielo.
E davanti ai giudici e al carnefice in assise per eseguire la condanna a morte di Charlemont, D'Amville, ormai fuori di sé, afferra0 la mannaia per giustiziare lui stesso il nipote, la alza verso il cielo e inavvertitamente la lascia cadere sopra se stesso fracassandosi la testa. Muore così questo Capaneo, fosco, amorale, ateo non pentito, e morendo irride i giudici e confessa i suoi delitti.
Charlemont, l'eroe romantico, sopravvive. Ritorna in possesso della sua onorabilità, dei suoi titoli, delle sue ricchezze, di sua moglie Castabella e conclude con un'invocazione alla giustizia divina: "Così, per opera del Cielo, gli uomini che pensavano di seguire senza lacrime i nostri cadaveri, sono essi morti, e siamo noi a seguire i loro!".
Questa la parte tragica de "La tragedia dell'Ateo".
Poi c'è la parte comica. Anche Tourner, come molti fra gli elisabettiani, intreccia fra loro le solite due trame, quella drammatica e quella comica. E bisogna riconoscere che quella comica è comica davvero, con alcune scenette che sono spassose. Si tratta di un intreccio di sesso assatanato che vede come protagonista Levidulcia, moglie insoddisfatta, giovane e vogliosa, di Belforest e quindi matrigna di Castabella.
Levidulcia non bada tanto per il sottile. Spalleggiata da una ruffiana di nome Cataplasma e da una di lei amica di nome  ha una gran fretta di portarsi a letto qualche giovane, chiunque esso sia. Ci prova allora con Fresco, il servo di Cataplasma. E non riuscendoci ci prova con Sebastiano, il figlio sano di D'Amville. Ma tutto, proprio tutto, va storto e in una scena farsesca, movimentata e memorabile, riceve in camera e nasconde uno dopo l'altro prima Fresco e poi Sebastiano. E mette in piedi una commedia straordinaria per giustificare la presenza dei due giovanotti al marito che intanto arriva e la sorprende con i due giovani in camera. Anche l'ipocrita abate Languebeau, falso moralista e falso amico di Charlemont, figura tragica nella trama principale, ha un suo spassoso ruolo di bacchettone assatanato quando salta addosso a Soquette, cercando di portarsela a letto nei pressi di un cimitero e di una chiesa e giocandosi il suo ruolo di seduttore maldestro tra "sentieri di santità e carne umile finché è lo spirito che la conduce... ma quando - dice - la carne è eccitata, essa comanda sullo spirito...".

Di norma nei drammi elisabettiani, le tragedie finiscono in tragedia e le parti comiche finiscono allegramente. Non è così in La tragedia dell'ateo: la tragedia, abbiamo visto, finisce in gloria, coi buoni che si salvano e i cattivi che periscono. Inversione di finale   che troviamo pure nella parte comica, dove, appunto, avviene il contrario di quanto ci aspetteremmo: finale tragico per tutti, chi morto ucciso, chi suicida, chi imprigionato e condannato...

Tourneur, bisogna dire, conosce a fondo le convenzioni, così a fondo da non curarsene e sovvertirle: ne La tragedia dell'ateo tutto va alla rovescia di come ci si aspetterebbe.

E ora la domanda di rito: ma è o non è una bella tragedia? No, non è una bella tragedia. Tuttavia ha qualcosa di distintivo e di peculiare che l'ha fatta passare alla storia. Questo D'Amville, questo ateo materialista, cinico, spregiudicato, spietato, è un personaggio monumentale. Straordinario nel suo credo naturalista portato agli estremi.
Sul patibolo di Charlemont, pronto a ucciderlo lui stesso sostituendosi al boia ufficiale, D'Amville è sbalordito e sconvolto dalla pace interiore del nipote che si appresta a morire nella più assoluta serenità. E l'ateo vuole capire. "Con tutto il mio sapere - dice - cerco ancora da dove la pace della coscienza derivi".
D'Amville non conosce altra dimensione che quella corporea e materiale. Non conosce la dimensione dello spirito. Per cui vuole indagare, ma a modo suo. Come? Si rivolge ai giudici e fa una richiesta: "una richiesta, miei signori: datemi il suo corpo, dopo la morte, per anatomizzarlo... Manca a me la risoluzione a morire con quella sicurezza con cui egli muore: la causa di questo vorrei scoprire, anatomizzandolo...!".
Sei un demonio o un uomo aveva chiesto di lui la nuora. Eccola la risposta: D'Amville è un essere di pietra, un uomo assolutamente pietrificato dal suo credo materialista.
In questo senso un monumento letterario. Di pietra.

Rimasco Valsesia, 13/14 ottobre 2001

 
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