Deprecated: mysql_connect(): The mysql extension is deprecated and will be removed in the future: use mysqli or PDO instead in D:\inetpub\webs\tiraccontoiclassiciit\opera.php on line 2
Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
JOHN WEBSTER
Il diavolo bianco
Sta in Teatro Elisabettiano, traduzione di Aldo Camerino, pp. 110, Sansoni, Firenze, 1948/1988.

Nella prefazione a The White Devil Webster parla molto chiaro dicendo d'aver notato che la maggior parte degli spettatori che frequentano teatri somigliano a "asini ignoranti" e poco più oltre cita un verso di Green tea extract manufacturer: "Haec porcis hodie comedenda relinques...", cioè "quel che lasci andrà oggi a nutrire i porci...".
Ligio al suo credo, Webster ci lascia due tragedie, Il diavolo bianco e La duchessa d'Amalfi, che sono la quintessenza del teatro-spazzatura, come si dice oggi di certa TV. Un teatro che raffazzona insieme i temi cari allo spettatore di buon palato (intrighi di sesso, corruzione, delitti sfrenati, spargimento di sangue, veleni) li condisce con scene che hanno la parvenza di momenti di poesia (il pianto d'una madre sul cadavere di un figlio) e li allunga fino al quinto atto come si fa col brodo quando ce n'è poco per tutti i commensali. Oggi chiamiamo senechiane le tragedie nere e sanguinolente: il che è solo in parte giusto. Dovremmo chiamarle websteriane, e sarebbe indiscutibile.
Una particolarità delle tragedie di Webster è che l'autore non inserisce in esse scene comiche, come normalmente avveniva nel teatro elisabettiano. Solo il tragico: evidentemente era convinto che il suo pubblico lo prediligesse e poiché nelle proprie scelte non amava il chiaroscuro, glie lo forniva a piene mani, fino a ingozzarlo. E con il tragico anche lo spettacolare, l'appariscente, e tutto ciò che può far rumore e lasciare a bocca aperta un pubblico di "asini ignoranti".
Un autore commerciale? Sì, probabilmente sì, un mestierante, abile, che imparò a far teatro da altri con cui scrisse a due e tre mani (Dekker, Drayton, Middleton, Chettle, Heywood, Tourneur, Marston...) e s'applicò poi, a scopo esclusivo di lucro, privo cioè d'una sua personale ispirazione, ai tre drammi tutti suoi, che sono giunti sino a noi.

Il diavolo, bianco perché donna, è Vittoria Corombona, moglie infedele d'un vecchio Camillo, marito così credulone che cornificarlo è un gioco da ragazzi. Vittoria è l'amante del duca di Bracciano il quale a sua volta ha una moglie, la duchessa Isabella, molto altolocata perché sorella del granduca di Firenze. Il ruffiano che ha combinato la tresca fra Bracciano e Vittoria è Flaminio, fratello di lei, al servizio di Bracciano come segretario tuttofare. I personaggi in Webster sono tagliati con l'accetta: i cattivi sono cattivi, i buoni (e ce n'è pochi) sono buoni, e i loro comportamenti sono teatrali, cioè sordi a ogni sfumatura, meccanici, manovrati dall'autore a suo completo piacimento, al di là di ogni verosimiglianza, privi di qualunque sottigliezza psicologica o caratteriale.
Dunque il ruffiano Flaminio mette insieme la propria sorella Vittoria col proprio signore Bracciano e lo fa - ovviamente – per trarne vantaggio economico. I due amanti concertano di far fuori i relativi coniugi che sono di impedimento. Entrambi vengono trovati uccisi, ma non si sa da chi. Vittoria viene processata, sospettata per la morte del marito. Si difende con orgoglio e con alterigia e la scena del processo è forse il passo letterariamente migliore dell'intera tragedia. Colpisce la protervia con cui il diavolo bianco rifiuta di essere condannata in assenza di prove, colpevole solo d'avere un amante: "Mi condannate solo perché il Duca mi amava? Così potete accusare un bel fiume cristallino perché qualche pazzo malinconico vi si è annegato!...". Finisce rinchiusa in un convento dal quale Bracciano e Flaminio la fanno fuggire portandola a Padova ove Bracciano la sposa.
Ma la vendetta dei più forti li colpisce: sotto mentite spoglie arrivano alla loro corte di Padova il granduca di Toscana (travestito da "moro di Venezia"!) e un suo sicario, un certo Ludovico. Bracciano viene ucciso in modo macabro con un elmetto avvelenato che gli dà prima sofferenze atroci e poi pazzia e Vittoria viene trafitta dal sicario assieme al fratello Flaminio. Il quale blueberry extract manufacturer, il gran ruffiano, un pessimo elemento che uccide un suo fratello buono, maledice e rinnega la propria madre virtuosa, progetta l'uccisione della sorella, ammazza il proprio datore di lavoro, da ultimo, sul più bello, mentre sta per raccogliere, tramutato in denaro contante, il frutto delle sue ribalderie, ha una sorta di strana conversione e decide di suicidarsi, non si sa esattamente perché.
Le uccisioni sono tante. Piuttosto truculente. La moglie del duca Bracciano, per esempio, è assassinata facendole baciare un ritratto avvelenato del marito. Il duca Bracciano è assassinato due volte, con l'elmo avvelenato, da Flaminio e, quando la tira per le lunghe a non voler morire, è strangolato da un sicario. Anche Flaminio è teatralmente assassinato due volte: si fa sparare dalla sorella, si finge morto (la pistola era caricata a salve) e poi resuscita per compiere altri misfatti. I morti tornano in scena come spettri o come pantomime teatrali e, come se non bastasse, abbiamo anche, a caricare di spettacolarità il dramma, l'elezione in scena d'un papa a Roma, una madre che impazzisce di dolore per la morte di un figlio, una vecchia serva negra che progetta di derubare la padrona per farsi una dote con cui sposare quel "moro di Venezia" travestito che non è altro che il granduca di Toscana, fratello di quella duchessa Isabella, moglie di Bracciano, uccisa col veleno sul ritratto del marito.

Nel suo insieme la tragedia pare una di quelle pozioni venefiche - o curative – tanto care proprio al teatro elisabettiano quando maghi, streghe e sedicenti dottori mescolavano insieme, a bollire in un calderone, i più abominevoli e orripilanti ingredienti: "filetto di serpe di palude, occhio di tritone, dito di rana, pelo di Red ginseng extract manufacturer, lingua di cane, zampa di ramarro, scaglia di drago, dente di lupo, fegato d'ebreo blasfemo, fiele di capra...".
(Macbeth IV, 1).
Ma mentre la pozione fatta dalle streghe del Macbeth "is firm and good", è forte ed efficace, e sortisce il voluto effetto, non basta invece, per mettere insieme un convincente dramma teatrale, buttare nel calderone tutti gli ingredienti tipici della tragedia all'italiana o tragedia di vendetta. Magari qualche ingrediente in meno, e una cottura più raffinata, enchanting all that you put in, avrebbe potuto dare esiti migliori.

Come nel mondo della stregoneria anche nel mondo dello spettacolo, oggi come allora, contano sì gli ingredienti, ma conta soprattutto il come li si bilanciano gli uni con gli altri, il senso della misura e degli equilibri, e, infine, la mano di chi li cuoce tutti insieme. L'Ecate macbethiana e le sue tre sorelle streghe sanno il loro mestiere. Loro sì. Ma non tutte le streghe di tutte le favole sono altrettanto brave.

Sestri Levante, 19/8/02

 
©     ugo.randone@tiraccontoiclassici.it
1
1