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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
JOHN WEBSTER
La duchessa di Amalfi
Traduzione di Giorgio Manganelli, a cura di Luca Scarpini, pp. 100, Einaudi, Torino, 1999.

La duchessa d'Amalfi è un dramma elisabettiano del 1614 di John Webster (vissuto tra il 1570 e il 1634) di cui è rimasto anche un altro dramma, The White Devil (1611).
L'argomento è tratto da una novella (I, 26) di Bandello giunta a Webster per interposta versione.
La duchessa d'Amalfi è una giovane e bella vedova con due potenti fratelli principi d'Aragona: Ferdinando e il Cardinale. Si invaghisce del suo maggiordomo, Antonio Bologna, così inferiore a lei per grado che è inimmaginabile che i fratelli glie lo lascino sposare: sarebbe "come una mela nobile, rossa, innestarla su un ignobile melo selvatico, o come innestare su un prugno irto una susina". Lo sposa allora clandestinamente e ne ha alcuni figli. I due fratelli sospettano. La fanno spiare da un abbietto individuo, Bosola, e quando scoprono la verità ("una sorella dannata, sfrenata, una puttana, una famosa puttana... che ha fatto del suo onore scempio...") la fanno prima imprigionare e poi strangolare, insieme ai figli. Inizia poi una mattanza senza fine: sono uccisi Cariola, la fedele ancella della duchessa, Giulia, l'amante non più amata del Cardinale, Antonio Bologna, marito della duchessa, più qualche servo testimone scomodo. Infine sono uccisi da Bosola, il quale a sua volta ne viene ucciso, i due feroci fratelli, Ferdinando e il Cardinale. In totale una decina di cadaveri, chi strangolato, chi avvelenato, chi colpito di spada.
È quel tipo di dramma che a quei tempi si chiamava italiano (vendette, corruzione, gelosie, veleni e tradimenti alle corti rinascimentali) e che noi italiani definiamo senechiano.

Un brutto dramma. Stentoreo nello svolgimento e del tutto privo di poesia. I personaggi negativi (i due fratelli, Bosola, i loro cortigiani) sono negativi punto e basta. Nella loro perfidia non hanno momenti di grandezza. Nella loro malvagità non ci sono chiaroscuri. Bosola non è Iago: non dà i brividi, non scuote le coscienze. È solo un arrogante assassino che abbaia per avere la sua mercede.
Uno dei due fratelli, Ferdinando, quando riceve Bosola il quale gli dice d'aver eseguito i suoi ordini, d'aver cioè strozzato la sorella duchessa, tenta una di quelle sortite shakespeariane che in Shakespeare (vedi per esempio King John con Hubert incaricato di uccidere il piccolo Arturo) sono pagine di poesia, e che qui invece rimangono luoghi comuni. "Quando la mia mente era stravolta, ti ho detto: và, uccidi la persona che mi è più cara: e tu l'hai fatto. Ma perché non ne hai avuto tu pietà?" È così poco convinto e convincente, Ferdinando, che Bosola nient'affatto intimorito o colto da dubbio gli risponde secco secco "...a quel che capisco state cadendo nell'ingratitudine: io esigo il compenso dovuto al mio servigio!" e la cosa finisce lì.
Ferdinando, dopo il delitto, diventa pazzo. S'ammala di "licantropia". "Che è mai, mi occorre un dizionario!" chiede un cortigiano al medico che ne descrive la malattia. "Nel cuore della notte i licantropi furtivamente penetrano nei cimiteri e scovano i cadaveri. Coloro che ne sono affetti si immaginano trasformati in lupi... solo che al lupo la pelliccia cresce esternamente e a loro invece i peli spuntano all'interno..." C'è compiacimento e insistenza in scene macabre che sono solo macabre, per nulla indispensabili allo svolgimento del dramma o alla costruzione di un personaggio. È un macabro che oggi definiremmo "commerciale": fa audience. Come i film dell'orrore.
Oltre al macabro c'è il morboso. Perché anche il morboso fa audience. L'Italia rinascimentale era anche sesso sfrenato nell'immaginario teatrale elisabettiano di serie B: ecco la duchessa che nel primo atto si prende il suo bel maggiordomo e gli spiattella che "questa è carne, è sangue, non è la figura lavorata in alabastro inginocchiata alla tomba di mio marito. Svegliati, uomo, mi spoglio di ogni vana cerimonia, voglio offrirvi una vedova giovane che vi vuole marito, e da vedova, solo a metà arrossisco... Guidate per mano la vostra fortuna fino al letto nuziale...".
Sono uccisi entrambi, la duchessa prima, Bologna poi, e quando muoiono, noi lettori, o noi spettatori, ancora non li abbiamo fatti nostri. Né l'uno né l'altro raggiungono quello spessore umano che fa i grandi personaggi del grande teatro.
È una nobile figura la duchessa, che si innamora di Bologna perché antepone la nobiltà d'animo alla nobiltà di sangue (in contrasto con "l'araldica mercenaria, che esamina gli ascendenti piuttosto che le virtù d'un uomo"...)? Oppure è solo una gatta in amore che si sceglie fra i maschi a disposizione quello che più le aggrada? Non è certo Webster che ce lo sa chiarire. Né ce ne sa rinobilitare in extremis la figura in punto di morte, davanti ai carnefici. Quel rivolgersi della duchessa all'ancella con un'ultima richiesta "Ti prego, bada di dare un poco di sciroppo al piccolo, per il raffreddore, e che la bambina dica le preghiere, prima di dormire..." è troppo poca cosa, e troppo scontata (dalle tante eroine del Romancero spagnolo - la moglie del conte Alarcos, per esempio - alle tante eroine shakespeariane...) perché convinca e trasformi una convenzionale battuta teatrale in un momento di poesia.
E lo stesso dicasi per Antonio Bologna. Chi è Antonio Bologna? Un amante nobile e devoto, meritevole della dignità cui la duchessa lo innalza? O un opportunista? Un uomo la cui "fama volerà di penna in penna quando i dotti araldici non avranno più stemmi da vendere agli uomini"? Oppure "uno schiavo che odora di inchiostro e di bottega e che non ebbe mai comportamento di gentiluomo"? Francamente il dubbio ci rimane, come spettatori e lettori.
Dove muore Antonio? Accoltellato da Bosola nella casa di Ferdinando, l'assassino della moglie e dei figli. E cosa ci fa Antonio in quella casa? È lì perché spera di ingraziarsi Ferdinando, di riacquistarne la benevolenza. "Lo potessi cogliere mentre prega, vi sarebbe speranza di perdono..." dice fra sé e sé introducendosi nella tana del nemico.

Tuttavia La duchessa d'Amalfi ha tenuto scena (e tiene in parte ancor oggi) per cinque secoli. Perché?
Mario Praz, per esempio, parla di "imperfetta psicologia dei personaggi" di "personaggi stessi che son poco più che fantocci" e poi si arrampica sui vetri per scoprire una "fosca atmosfera di presagio" una "consumata maestria di sinistra ambiguità verbale" che è una sorta di intonazione che "dà alle tragedie del Webster unità poetica...".
T.S. Eliot parla di Webster come di "un grandissimo genio letterario e drammatico volto al caos...".
D'Annunzio ne loda la "carnalità del pensiero...".
Tomasi di Lampedusa definisce il dramma "una gemma sanguigna della letteratura inglese".
Eccetera.
In realtà dovremmo avere il coraggio di guardare con semplicità alle cose semplici. La duchessa di Amalfi è un brutto dramma. E il brutto, da che mondo è mondo, ha un suo spazio, specie nel campo dello spettacolo. Ecco perché tiene la scena da cinque secoli.
Di tutti i critici il più realista è Bernard Shaw, iconoclasta come spesso: "Webster è un laureato alla scuola di Madame Tussaud"!

Sestri Levante, 24/6/01



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