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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
VITTORIO ALFIERI
Filippo
Sta in Tragedie, a cura di Luca Toschi, pp. 60, Sansoni Editore, Firenze, 1993.

Noi italiani non amiamo molto Vittorio Alfieri.
Siamo convinti fosse un uomo pieno di sé. Ci dà fastidio che abbia scritto un'autobiografia. E ci sono in uggia tutti i ritratti di lui che ne fanno un personaggio byroniano, dall'atteggiamento invasato e super-ispirato.
Se togliamo le imposizioni scolastiche probabilmente è da noi il meno letto fra i tragici europei più o meno suoi contemporanei: i Racine, i Lessing, gli Hebbel, i magnetron sputter, gli Schiller...
Eppure lo ameremmo di più se sapessimo che non ha scritto solo tragedie. Ma anche spassose commedie. Non solo teatro, ma anche poesia. Che ha tradotto con cura buona parte dell'Eneide. Che quasi cinquantenne, partendo da zero, s'è tutto da solo studiato il greco antico, arrivando in breve a poter tradurre Eschilo Sofocle ed Euripide e persino l'intraducibile Aristofane. E che scrivendo saggistica di teatro ha saputo dire cose sensatissime e moderne e ha saputo fare autocritica come pochi autori sanno fare.
Ed infine lo ameremmo di più se lo leggessimo di più.
Esco ora dalla lettura del Filippo. Piacevolissima. Peccato che non capiti mai di vederlo in cartellone: reggerebbe assai bene, perché è un bel lavoro ed è fortemente teatrale. Pochi personaggi, azione (azione drammatica, perché di "azione" in quanto tale ce n'è poca) serrata, sintetica, veloce e convincente sino al termine.
La storia è nota, quella di Don Carlos, vedi Schiller, vedi Verdi. La giovane Isabella era stata promessa in moglie al giovane Don Carlos e i due si erano reciprocamente innamorati. Ma il padre, Filippo, per ragioni d'opportunità politica cambia idea e decide di sposare lui la giovane principessa già promessa al figlio. E anziché come sposa, don Carlos se la ritrova come matrigna.
I due però si amano. Si amano: ma devono ubbidienza e rispetto al re loro padre e marito. Si amano perciò d'un amore tutto ritegno e discrezione che rimane e rimarrà platonico. "Teco i pensieri, teco il mio core e l'alma mia..." dice Isabella, "ma de' passi miei perdi la traccia; e fa ch'io più non t'oda, mai più...".
L'atmosfera è cupa, siamo in una reggia ove "in bando è posta ogni letizia" ove non resta "altro che il pianto, ed il pianto è delitto" ove tiranno supremo e infido è quel Filippo che "chiuso inaccessibile core di ferro egli ha".
E Filippo sospetta. È roso di gelosia. Non solo come marito, ma anche perché, più o meno inconsciamente, teme una sorta di superiorità morale del figlio, teme il suo sdegno per le proprie efferatezze condotte nelle Fiandre con l'aiuto dei suoi ministri ("in crudeltà son pari i tuoi ministri a te") e dell'odiosa inquisizione.
Fabbrica così false accuse di connivenza tra il figlio don Carlos e i ribelli delle Fiandre e false prove, e lo fa condannare a morte.
Nella scena finale, quando ormai entrambi i giovani sono persi, ecco che i due possono, un momento prima di morire, confessare pubblicamente il loro amore fino ad ora tenuto nascosto persino a sé stessi. E non avranno altro che questo.

Alfieri ha tratto l'argomento, liberamente reinventandoselo, dal Don Carlos di Saint-Real, una "novella storica" (ma nient'affatto storica...) del secolo precedente.
Di suo vi ha aggiunto sostanzialmente la "poesia": lo spessore umano di Carlo, di Isabella, l'inaudita perfidia di Filippo e del ministro Gomez. Con alcuni spunti di grande interesse e modernità: si veda per esempio (scena terza, atto quinto) la difesa finale che Isabella fa della propria coscienza e della propria onestà. Quando mi imponesti (dice a Filippo) di donare il mio cuore a Don Carlos, perché promessa sposa a lui, io obbedii, e fu azione virtuosa. E dopo, su tuo ordine, amare Carlo divenne un delitto. Era facile per te ordinarmi di non amare più thin film deposition system.


Ma al cuore si può così comandare obbedienza?
E dovetti diventare tua sposa quando ancora non si era spenta in me la fiamma d'amore per . Fiamma che il tempo avrebbe poi dovuto spegnere, il tempo coadiuvato della mia virtù, cioè la mia volontà e la mia obbedienza. Ma forse anche a te sarebbe toccato il dovere di farmene disinnamorare.
È bellissima, è ragionevole, è sensata, è moderna e intelligente questa presa di posizione di una giovane donna che pretende - a seguito di un matrimonio politico di convenienza - che fosse il marito a far sì che lei potesse un giorno realmente amarlo, oltre che temerlo e rispettarlo. Donare il corpo era un obbligo, donare il cuore e l'anima non può essere imposto. Avrebbe dovuto Filippo saperselo guadagnare. Quel Filippo che davanti ai cadaveri dei due giovani, nell'ultima scena, conclude, cupo e amaro, "piena vendetta orrida ottengo... ma, felice son io?...".

Milano e Montisola (Iseo) 4-5/5/01

 
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