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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
LUDOVICO ARIOSTO
Il negromante
Sta in Opere minori, a cura di Cesare Segre, pp. 80, Ricciardi, Milano-Napoli, 1954.

Sono cinque le commedie dell'Ariosto (1474-1533): La Cassaria, I Supposti, La Lena, Il Negromante e, ultima, non terminata, Gli Studenti, poi conclusa e pubblicata dal fratello di Ludovico, Gabriele, col titolo di La Scolastica. E sono, si può affermare, le prime prove di un teatro in lingua italiana.
Volle essere l'Ariosto "de li antichi e celebrati poeti, a tutta sua possanza, imitatore". Quindi per il suo teatro si ispirò a Plauto e Terenzio "ma sì modestamente però che Terenzio e Plauto medesimo, risapendolo, non l'arebbono a male...".
Prese tanto da Plauto e solo un po' da Terenzio, come dire molto intreccio e un po' di "carattere" ovvero di approfondimento psicologico. E se ciò che rende superiore una commedia a un'altra è l'approfondimento psicologico dei personaggi, ecco che delle commedie dell'Ariosto la migliore è La Lena, dove una donna vendutasi suo malgrado a un ricco avaraccio è realmente un personaggio di umano spessore, con risentimenti, livori, frustrazioni che ne fanno un essere concreto, vivo.
Il Negromante (1520) non ha una fonte diretta ed esclusiva: è un collage che si ispira a più commedie terenziane e in parte a una commedia in prosa del Bibbiena (1470-1520), dell'Ariosto contemporaneo, La Calandra.
È la tipica commedia d'intreccio dove il classico imbroglione (in questo caso un negromante) giocando con la creduloneria del suo prossimo tira imbrogli a destra e a manca e alla fine rimane lui ciurlato.
Ce ne darà uno splendido esempio un secolo dopo Ben Jonson (1610) nel suo L'alchimista, che nel genere rimane l'indiscusso capolavoro.
Perché leggere - oggi - Il Negromante? Non perché sia un capolavoro, perché un capolavoro proprio non è. Due le ragioni per leggerlo: una perché è dell'Ariosto, ed è quanto basta a tenerne vivo l'interesse e due perché è in versi, del Cinquecento, ed essendo noi italiani per lo più costretti a leggerci il grande teatro in versi (tutti gli elisabettiani Shakespeare compreso, tutto il secolo d'oro spagnolo, tutti i grandi francesi come Moliere, Racine e Corneille...) in traduzioni moderne e in prosa, ecco che può essere un piacere non da poco accedere - una volta tanto - all'originale.
In sostanza abbiamo anche noi un teatro classico in versi: non è ricco, ma non è un gran ché, ma è nostro. Godiamocelo.

E veniamo al racconto del Negromante, complesso, come tutte le commedie di intreccio.
Siamo a Cremona. Cintio è figlioccio (non figlio) di un ricco signore, Massimo. Massimo gli ha, ed è già trascorso un mese, fatto sposare controvoglia Emilia, la figliola di Abondio, un suo amico ("fin da i primi anni fra i due suoceri fu sempre una strettissima amicizia..." (I, 1). Sennonchè Cintio era già sposato, segretamente, con Livinia, la figlioccia squattrinata (figlioccia, non figlia) di un tal Fazio, uomo invece non ricco. Le nozze fra i due erano avvenute in segreto proprio per le condizioni poco agiate di Livinia condizioni che avrebbero impedito a Massimo di accettarla come sposa del suo Cintio.
Tuttavia Cintio, per quanto sposato a Emilia, si è mantenuto fedele a Livinia. In che modo? Fingendosi impotente: è passato un mese dal matrimonio e Emilia "la infelice, e così vergine, come era innanzi questo sposalizio..." (I, 1) perché "non ha ancor Cintio fatto alcun saggio di quest'altra femmina..." (I, 2).
Dell'impotenza di Cintio se ne è lamentato con Massimo il suocero Abondio e i due insieme hanno deciso di cercare di guarirla affidandosi alle cure di un famoso negromante.
Cintio è preoccupato perché il negromante potrebbe scoprire come stanno le cose realmente: non resta che corromperlo affinché dichiari che l'impotenza di Cintio è inguaribile, in modo tale che il matrimonio sia sciolto.
Il negromante, che già si sarebbe accontentato di spillar quattrini dai due primi clienti, fa ovviamente i salti di gioia scoprendone un altro. Ma non basta, c'è per lui un terzo ulteriore cliente, un tal Camillo, che era lo spasimante di Emilia, rimasto scornato quando s'era visto la sua amata andare in sposa a Cintio.
La presentazione in scena del negromante ce la fa un suo servitore - farabutto quanto il padrone - dal nome rapace di Nibbio. Ci dice di lui che pur "mal sapendo leggere e mal scrivere" fa, il suo padrone, "professione di filosofo, d'alchimista, di medico, di astrologo, di mago e di scongiurator di spiriti" per quanto ne sappia in realtà "di queste e de l'altre scienze" quanto "sa l'asino e il bue di sonar gli organi..." (II, 1). È uno che "aggira et avviluppa il capo a gli uomini", che va in giro "come zingaro, di paese in paese... sì che ti terra in terra, per nascondersi, si muta nome, abito, lingua e patria..." (III, 1). Un bel curriculum, invero!
Tutti ci cascano e si lasciano abbindolare credendo alle più stravaganti delle sue cialtronerie e tutti gli profondono denaro e fiducia promettendo il negromante - a ciascuno - di risolvere con le sue magie e le sue arti i loro problemi.
Chi sventa i piani del farabutto è uno dei servi, un tal Temalo, al servizio di Cintio e del suo padrino Massimo, che con un'astuzia e con qualche malinteso manda all'aria i piani del negromante.
È una caratteristica della commedia classica che i servi siano molto più furbi dei loro padroni. Qui, nel Negromante, tutti i protagonisti sono maledettamente creduloni, tranne appunto i servi, gli unici che vedono po' più in là del loro naso e che hanno, della vita, una visione disincantata e realistica. Temalo dirà al suo padrone, che credulone gli decanta le virtù del negromante, "...ch'egli sia mago, ed eccellente, possovi credere, ma che far sì li miracoli che dite voi si possino per magia, nol crederò..." (I, 3). E così rimanendo in tema di servitù, e di schiettezza e raro pragmatismo, c'è una serva di casa di Emilia che scandalizzata che la sua padroncina ad un mese dalle nozze sia ancora vergine, raccomanda alla madre di lei che per il futuro si provveda d'un altro genero, ma che prima, le si dia ascolto, sia lei a provarlo... come fece, dice la serva, "una mia vicina, che si tenne un giovane / ogni notte nel letto più di sedici / mesi, e ne fece ogni prova possibile; / e poi a che tal mestier ben le parve utile, / de la figliola sua, ch'ella aveva unica, / lo fe' marito..." (II, 4).
Ma torniamo al nostro intreccio. I piani del negromante sono sventati. Il matrimonio segreto viene scoperto. Sta per scoppiare lo scandalo, allorché...
Colpo di scena, tipico: l'agnizione! Per un caso fortuito Massimo, il patrigno di Cintio, quello cioè che mai avrebbe accettato che il proprio figlioccio sposasse una poveretta come Lavinia, scopre d'essere lui il padre di Lavinia, una figliola avuta altrove tanti anni prima e poi andata dispersa insieme con la madre: "...piccola di cinque anni perduta l'avea, e già sedici ne sono che novella di lei intendere non ho potuto..."! (V, 3).
Lieto finale per tutti, come di prammatica. Cintio può tenersi per sposa - ora bene accetta - la sua già sposa Lavinia (un particolare curioso: Lavinia non è un personaggio della commedia, essendo sempre citata ma mai comparendo in scena...).
"Emilia, così vergine come a noi venne" viene restituita al padre Abondio che subito la dà in sposa a Camillo, ben felice di prendersela.
E il negromante e il suo degno servitore Nibbio se la danno a gambe senza bottino, perché tutti i loro piani sono stati sventati, ed anzi il negromante è costretto a fuggire praticamente in mutande perché Temalo (il servo furbo di Cintio e Massimo) la "sua vesta" gli ha "tolta", "non per renderla, ma perché sconti in parte quel che fattoci ha il ladroncello inutilmente spendere..." (V, 4).

Non resta - al termine - che applaudire, come esplicitamente ci chiede il simpatico furfante Nibbio, l'ultimo in scena: "...or fateci / con lieto plauso, o spettatori, intendere / che non vi sia spiaciuta questa favola." (V, 6).
E non ci è spiaciuta, specie appunto se la consideriamo per quel che è, una favola. Una favola in versi, breve e piacevole, lasciataci dal più grande e più generoso narratore di favole di tutta, forse, la letteratura europea. Non è l'Orlando Furioso la più grande favola in versi che si conosca?

Sestri Levante, 5/5/02



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