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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
STENDHAL
Il rosso e il nero, cronaca del XIX secolo
Introduzione e traduzione a cura di Velia Donadei Giacosa. pp.630. UTET, Torino, 1958.
da una lato l’attrazione, fortissima, dall’altra l’orgoglio, ancor più forte. L’orgoglio di lei per la propria posizione, la propria superiorità e l’orgoglio di lui per la consapevolezza del proprio predominio culturale e intellettuale e per non aver mai accettato un sia pur minimo cedimento sociale.
La freddezza del fratello di Matilde, Norberto, e dei corteggiatori di lei, verso Giuliano, fanno passare per la sua testa le idee più folli e deliranti. Arriva a credere possa esservi un complotto contro di lui, una trappola, una presa in giro. Ne è così spaventato che ottiene dal marchese di poter partire. Vuole allontanarsi da Matilde, fuggire il pericolo. Ma è proprio lei, proprio Matilde, che cede per prima: disperata all’idea della partenza di Giuliano, fa lei il primo vero passo, ed è esplicito: “Questa sera riceverete da ma una lettera” –dice Matilde a Giuliano- “con voce talmente alterata da essere irriconoscibile...Un’ora dopo un domestico consegnò una lettera a Giuliano: era né più né meno che una dichiarazione d’amore...(II,13).
Ed ora succede di tutto e di più, per usare un’espressione molto di moda oggi, non bella, ma espressiva. In che senso? Nel senso che la lettera, e le altre che seguiranno, scatenano una schermaglia senza fine tra i due, l’orgoglio dei quali è pari solo alla diffidenza e insieme all’amore. Amore che li lega teneramente e diffidenza ed orgoglio che invece li divide, li separa, li insospettisce.
Matilde ha mandato la lettera per tagliarsi i ponti dietro di sé, deliberatamente: “scriveva lei per prima...a un uomo che si trovava negli ultimi ranghi della società. Questa circostanza le assicurava, se fosse stata scoperta, un eterno disonore...(II,14). La sua è una strada senza ritorno, ed è ciò che lei vuole.
Giuliano, invece, percorre la strada opposta, della diffidenza più totale, del sospetto paranoico. E proprio in quel momento riceve da Matilde un’altra lettera ancor più compromettente della prima: “Ho bisogno di parlarvi; è necessario che vi parli questa sera. Quando suonerà il tocco dopo la mezzanotte, trovatevi nel giardino. Prendete la scala grande del giardiniere, ch’è presso il pozzo; collocatela contro la mia finestra e salite da me. C’è il chiaro di luna, non importa.” (II,14).

Tutto questo l’avevamo già vissuto: la scala, la notte, la finestra della camera da letto, nella prima parte del libro, in casa della signora di Rênal. Ma qui l’iniziativa non è di Giuliano: temeraria, folle, inaudita, è della marchesina.
Giuliano teme il peggio: arriva a convincersi che si tratti di un atroce trappola. Che una volta salito in camera vi siano ad attenderlo gli amici della marchesina e anche dei servitori, che lo catturino, lo bastonino per la sua impudenza e addirittura lo uccidano. Per cui va, sì, dopo molto indecisione decide comunque d’andare, ma va armato di rivoltella.
E invece, una volta salito, ecco la marchesina che davvero lo accoglie. La quale dapprima si rende conto della follia ormai concretizzatasi, e poi cede. Quella notte “dopo lunghe incertezze...Matilde finì con l’essere per lui un’amabile amante...” (II,16).

Ma la ragazza è una testa dura, orgogliosa e individualista come pochi. Ora che ha ceduto, ora che è follemente innamorata, ha paura: non vuole avere un padrone, dipendere da qualcuno, dover obbedire.
Per cui, subito dopo, riprende tra i due la schermaglia, fatta di causticità, freddezza, gelo, ostentato distacco. Lei lo fa ingelosire, sfruttando l’ascendente che ha con i suoi corteggiatori: “i dolori di lui costituivano per lei un vero godimento...” (II,18). Lui pensa persino al suicidio. Lei si sente superiore: pur essendo innamorata allo stremo, non si è fatta sopraffare, ha mantenuto ogni controllo sulla situazione.
Infine un’azione pazza compiuta da lui: una notte, non atteso da lei, pericolosissimamente, sempre con la scala, ritorna a quella finestra, a quella camera, a quel letto.
Matilde, che fino a quel momento aveva avuto la forza di non lasciarsi totalmente coinvolgere dall’amante, di non cedere  definitivamente, di non esserne emotivamente posseduta, si rende conto, al sopraggiungere di lui nella pericolosa situazione, che invece, ora, è proprio Giuliano che ha definitivamente ceduto, si è dato per vinto, si è piegato  all’inarrestabile potere dell’amore. In questo duro gioco di scontro tra le due personalità, lei è la vincitrice, lui il perdente. A questo punto, e solo a questo punto, scopertasi vincitrice, anzi, trionfatrice, Matilde può cedere. E cede totalmente. Gli si dà per schiava: quando finalmente Giuliano, all’approssimarsi del mattino, fugge con la scala, Matilde si taglia una gran ciocca di capelli e glie la butta dalla finestra: “ Ecco che cosa ti manda la tua schiava: è il segno di eterna obbedienza, rinuncio all’esercizio della mia ragione, sii tu il mio padrone...” (II,19).

Ma non finisce qui. E’ così forte, inestirpabile, l’atavico e caratteriale orgoglio della marchesina Matilde su tutto, che, ben presto, torna a sentire il peso del suo cedimento e riprende a ferire Giuliano, a trascurarlo, a umiliarlo, a fingere di dimenticarlo.
Giuliano si allontana, per molte settimane. Viene spedito via da Parigi dal marchese de La Mole, padre di Matilde, per una pericolosa e misteriosa azione diplomatica, forse una cospirazione politica.
Al suo rientro scopre che corre voce che Matilde stia per sposare Croisenois, uno tra i suoi corteggiatori, il più ricco, il più titolato. Allora, disperato, si rivolge a un amico, un nobile russo fuoriuscito: su suo consiglio mette in atto con freddezza anch’egli l’arma del far ingelosire. Si mette a corteggiare una ricca vedova d’alto lignaggio, la marescialla di Fervaque. Le invia decine di lettere appassionate, che copia per intero da un epistolario già pronto, alle quali infine la marescialla risponde. Le lettere di risposta, indirizzate a Giuliano, arrivano ovviamente ove Giuliano risiede, cioè in casa de La Mole. E così Matilde viene a saperlo, le vede, le conta.
L’espediente funziona: Matilde, credendo lui stia per sfuggirle, di nuovo si infiamma morbosamente per Giuliano e di nuovo cede e si dà per vinta: “Ah, scusami amico mio -aggiunse gettandosi ai suoi ginocchi- disprezzami se vuoi, ma amami, non posso più vivere senza il tuo amore! E cadde svenuta. Eccola finalmente ai miei piedi quest’orgogliosa! –pensò Giuliano...” (II,30).
I due riprendono ad amarsi e a frequentarsi e smettono di giocare alle ripicche personali e al conflitto dei loro amor propri.

E Matilde rimane incinta: “ s’accorse d’essere incinta e lo comunicò con gioia a Giuliano. –Adesso dubiterete ancora di me? Non è una garanzia? Sono la vostra sposa per sempre...”(II,32).
Come prenderà la drammatica, disastrosa, catastrofica notizia il papà, il marchese di La Mole?
Giuliano: “Mi scaccerà ignominiosamente!”.
Matilde: “E’ nel suo diritto, bisogna rispettarlo. Vi darò il braccio e uscirò dal portone grande in pieno giorno.” (II,32).
Matilde scrive una lettera al padre. Si assume la responsabilità di tutto: “Sono io che l’ho amato per prima, sono  io che l’ho sedotto... Il mio fallo è irreparabile... E’ il padre di mio figlio... Se la vostra bontà vorrà accordarci seimila franchi per vivere, li riceverò con riconoscenza; diversamente Giuliano conta stabilirsi a Besançon dove insegnerà latino e letteratura...” (II,32).

Il marchese dapprima risponde con un’ira furibonda, insulti, anatemi, minacce. Giuliano teme per la propria vita. Poi col passare delle settimane comincia a concepire soluzioni di compromesso: una forte rendita ai due giovani, un titolo di tenente degli ussari a Giuliano e soprattutto la definizione  ufficiale di quella falsa posizione di nascita già in parte ventilata: far passare Giuliano per il figlio naturale del cavaliere de La Vernaye.

Ma ecco, all’improvviso, un colpo di scena tanto inaspettato quanto fatale. Il marchese voleva per se stesso una certezza: che Giuliano non fosse un cacciatore di dote, che il suo legame con la figlia fosse frutto d’amore, non di calcolo. E perciò aveva scritto a Verrières, ai signori di Rênal, per raccogliere informazioni, referenze, su ciò ch’era stato il loro vecchio precettore di casa.
Arriva la risposta: è scritta dalla signora di Rênal ed è tremenda. In pratica dice che Giuliano è un farabutto e “uno dei suoi mezzi per riuscire in una casa è quello di sedurre la donna che vi gode la posizione preminente. Mascherato da un’apparenza di disinteresse il suo unico...scopo è quello di riuscire a disporre ...della sua fortuna... Lascia dietro di sé l’infelicità ed eterni rimorsi...” (II,35).
Scopriremo poi il perché di questa lettera: no, non l’ha assolutamente scritta la signora di Rênal. Glie l’ha dettata, imponendogliela con la violenza autoritaria del religioso, il suo prete confessore, o guida spirituale.
Ma de La Mole ovviamente la prende per vera e a questo punto è inflessibile. Che Giuliano scompaia, all’estero, per sempre. Gli darà un vitalizio purché non ritorni mai più.

Come reagisce Giuliano? Stendhal racconta bene come, ma non ci spiega affatto perché: il grande scrutatore d’anime, l’attento psicologo che descrive al microscopio ogni più impercettibile moto dell’animo, delle passioni, dei sentimenti, delle emozioni, qui salta d’un balzo all’azione, raccontata come tale, come fatto di cronaca e nient’affatto indagata al suo interno.
Giuliano vistosi rovinato, ora che aveva raggiunto tutto il desiderabile, tutto il raggiungibile, salta su un cavallo, raggiunge Verrières, compra due pistole, si reca in chiesa, trova la signora di Rênal devotamente inginocchiata in preghiera e “tirò su di lei un colpo di pistola e la mancò; tirò un secondo colpo. Ella cadde.” (II,35).

È nello stile di Stendhal tessere a lungo e poi concludere rapidamente. Così fa in questo nostro romanzo e così anche in La Certosa di Parma.
Nel giro di pochi capitoli arriviamo dunque alla conclusione. Giuliano viene arrestato e incarcerato a Besançon in attesa del processo. La signora di Rênal non è morta: la pallottola l’ha colpita ad una scapola e lì si è fermata, senza raggiungere organi vitali. Sperava da tempo di morire e “morire per mano di Giuliano” sarebbe stato“per lei il colmo della felicità” (II,36). Ma è una felicità che la sorte non le concede.
Quando Giuliano, dopo i primi giorni di carcere, scopre che la signora di Rênal è viva e non corre più pericolo, piange di commozione e di gioia.
Non avendo ucciso, ma solo ferito la sua designata vittima, potrebbe ora legalmente battersi per tentare di avere salva la vita. Ma non lo vuole. Come ritroveremo un secolo dopo ne Lo straniero di Camus, Giuliano non muove un dito per strappare se stesso alla ghigliottina, anzi, desidera farla finita: “Ho voluto uccidere: devo essere ucciso.” (II,36).
Scrive a Matilde e dà istruzioni per quando sarà morto: “Non parlate mai di me neppure a mio figlio, il silenzio è il solo modo di rendermi onore... Eravate nata per vivere con gli eroi del medio-evo: dimostrate ora di avere la stessa forza di carattere...
Un anno dopo la mia morte sposate il signor di Crosenois: ve ne prego, ve lo ordino come vostro sposo...” (II,36).
Vengono a trovarlo in carcere i suoi amici. Uno d’essi è pronto a vendere ogni proprio avere per ricavarne il denaro sufficiente a corrompere il carceriere e farlo fuggire. E viene, travestita da contadina, dapprima sotto falso nome, Matilde. La quale si trattiene per settiane a Verrierès e si accredita presso il potente abate di Frilair, l’uomo che è padrone di Besançon e che  tutto può, fiero nemico del papà di lei, ma insieme astuto politico capace di qualunque cosa pur di raggiungere i propri scopi. E infatti Frilair sì, può far assolvere Giuliano, in cambio di favori che Matilde può fargli avere da suo padre.
Ma il problema è un altro: è Giuliano. La certezza del morire e l’approssimarsi del momento lo rendono indifferente a tutto. “L’ambizione era morta nel suo cuore e un’altra passione era uscita dalle sue ceneri: egli la chiamava rimorso d’aver cercato di assassinare la signora di Rênal” (II,39). “In realtà ne era perdutamente innamorato” (II,39).
E Matilde, giorno dopo giorno si accorge che il cuore di Giuliano è tutto per l’altra. Ne è gelosa, ma non si ferma in ciò che ha intrapreso per cercare di salvargli la vita. Sa che Giuliano è comunque suo. “Se muore, morirò accanto a lui -pensava” (II,39).
Ma Giuliano è irremovibile nella sua scelta di cuore. Arriva a chiedere a Matilde “una grazia...: mettete il vostro bambino a balia a Verrières: la signora di Rênal sorveglierà la nutrice... E spero che obbedirete alle mie ultime raccomandazioni: sposerete il marchese di Crosenois...” (II,39).
Sostiene, Giuliano, di essere folle e che l’onore di lei, di Matilde, non può essere compromesso da un uomo in stato di follia: anzi, un giorno Giuliano sarà riabilitato, perché un giorno, per i delitti compiuti in stato di follia non vi sarà più la pena di morte.
Intanto l’operazione politica intrapresa da Matilde con l’abate Frilair è andata avanti e tutto è pronto per celebrare il processo e assolvere Giuliano, ma...
Ma Giuliano non vuole essere assolto. Quando durante il dibattito  tocca a lui parlare si autoaccusa oltre ogni ragionevolezza: “La signora di Rênal era stata come una madre per me. Il mio delitto è atroce e fu premeditato. Dunque merito la morte, signori giurati...” (II,41).
E in più fra i quaranta giurati c’è il signor di Valenod, oggi barone di Valenod, ancor più che in passato fiero rivale di Rênal, antico innamorato della signora, disprezzato dal marito di lei, oggetto di trame politiche ostili da parte dei protettori di Giuliano.
Conclusione: Giuliano è condannato alla ghigliottina. Due mesi d’attesa per l’esecuzione.

Ecco ora ogni giorno Matilde continuamente in carcere a supplicarlo di ricorrere in appello.
Ed ecco, inaspettata, ma lungamente desiderata, sognata, agognata, ecco un giorno la visita della signora di Rênal. Momenti di reciproca, intensa, immensa commozione. Anch’ella lo supplica di appellarsi, anche a lei rifiuta.
È amore oltre ogni limite quello di lei per lui, di lui per lei. Una forma di amore, quello della signora di Rênal, che si identifica con la devozione, con la religiosità, fortissima in lei: “Appena ti vedo, tutti i doveri spariscono, non sono più che amore per te. No, la parola amore è troppo debole. Sento per te ciò che dovrei sentire soltanto per Dio: un insieme di rispetto, di amore, di obbedienza” (II,43). Rênal manda una carrozza a portar via, di forza, la moglie.
Giuliano incontra in cella il padre. Un essere miserabile, abbietto, nella circostanza della morte del figlio l’unica cosa che gli interessa è ricevere una parte della sua eredità.
Viene anche un prete, contro la sua volontà, a cercare di confessarlo: si parla di Dio. “Ma quale Dio? Non quello della Bibbia, piccolo despota crudele, pieno di sete di vendetta... La signora di Rênal è lontana, forse suo marito non la lascerà più venire a Besançon, perché non continui a disonorarsi. Ecco quanto mi fa sentire solo, e non l’assenza di un Dio, giusto, buono, onnipotente, per nulla cattivo, per nulla avido dì vendetta... (II,45).
La signora di Rênal torna: è fuggita dal marito e ottiene, a Besançon di incontrare il prigioniero due volte ogni giorno, sollevando la furibonda
 
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